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Ospedale Pacini, prosegue la protesta dei comitati: “Da Giani affermazioni inesatte sui presidi in zone disagiate”

I comitati: "Non è vero che per poter prevedere un ospedale sia necessario un bacino di riferimento di 80-90 mila abitanti"

SAN MARCELLO PITEGLIO – La difesa della sanità montana approda a un punto di svolta ideale e normativo, con i comitati e le associazioni del territorio decisi a smontare pezzo per pezzo quelle che definiscono letture inesatte delle leggi vigenti. Al centro dello scontro c’è il futuro dell’ospedale Pacini di San Marcello Pistoiese, difeso a spada tratta dai cittadini scesi nuovamente in piazza.

Sabato 4 luglio abbiamo organizzato una manifestazione per difendere il diritto alla salute di chi vive in montagna. Eravamo oltre 60 persone, armate di fischietti, cartelli e striscioni. Anche questa volta siamo soddisfatti della partecipazione dei nostri concittadini, che hanno dimostrato quanto questo tema sia sentito dalla comunità”, spiegano in una nota congiunta Emiliano Bracali (presidente dell’associazione Zeno Colò), Flavio Ceccarelli (componente del Crest), Alessandro Di Rocco (vicepresidente della Zeno Colò) e Simone Ferrari (portavoce della Zeno Colò e componente del Crest).

L’obiettivo dell’intervento pubblico è fare totale chiarezza sui vincoli normativi che regolano i presidi delle zone interne. “Con questo comunicato intendiamo fare chiarezza su alcune affermazioni rilasciate dal presidente Giani, affinché informazioni inesatte, se non smentite, non finiscano per essere considerate vere”, attaccano i rappresentanti dei comitati, richiamando direttamente i criteri ministeriali. “Il decreto Balduzzi, ai punti 9.2.1 e 9.2.2, stabilisce che nei presidi ospedalieri situati in aree montane e insulari può essere prevista la funzione di pronto soccorso anche in presenza di un bacino di utenza inferiore agli 80mila abitanti. Lo stesso decreto individua le caratteristiche necessarie per classificare un presidio come ospedale di area disagiata, che sono: distanza di oltre 90 minuti da un Dea di primo livello (Hub o Spoke) oppure oltre 60 minuti da un ospedale di base; territorio montano o insulare; caratteristiche geografiche e meteorologiche particolarmente difficili; rete viaria complessa”.

Da questa analisi legale i comitati traggono considerazioni nette per smentire le tesi sinora portate avanti dalle istituzioni regionali sulla necessità di grandi numeri per giustificare la struttura. “Primo. Non è vero che per poter prevedere un ospedale sia necessario un bacino di riferimento di 80-90 mila abitanti. Il Dm 70 è molto chiaro: per gli ospedali di area disagiata il decreto prevede una deroga ai criteri ordinari basata sulle caratteristiche del territorio e sulla distanza. Secondo. Non è corretto affermare che la montagna pistoiese disti appena 35 minuti dall’ospedale San Jacopo. Quel tempo di percorrenza si riferisce esclusivamente al tragitto tra San Marcello e il Dea di primo livello di Pistoia. Ai fini della classificazione di un ospedale di area disagiata, invece, la distanza deve essere calcolata (come fatto dalla Asl Sud Est) considerando il centro abitato più distante dei comuni afferenti al presidio. Nel nostro caso si tratta delle località di Val di Luce e Doganaccia, dalle quali il tempo di percorrenza verso il San Jacopo è di circa 85-90 minuti, in linea con i parametri previsti dalla normativa”.

La questione si sposta poi inevitabilmente sui costi di gestione, con i comitati che contestano le cifre circolate nelle ultime settimane per il mantenimento dei servizi. “Una volta chiariti questi aspetti, riteniamo doveroso evidenziare un’altra questione. Se il riconoscimento dell’ospedale di area disagiata rappresenta un diritto previsto dalla normativa, non può essere negato esclusivamente per ragioni economiche. Inoltre, la cifra di 20 milioni di euro l’anno indicata per mantenere un ospedale di area disagiata all’interno di una struttura già esistente ci appare oggettivamente molto elevata e meriterebbe di essere motivata e documentata nel dettaglio“.

Sotto la lente dei residenti è finito anche il recente vertice tra i sindaci del territorio e i responsabili regionali della sanità, durante il quale è stato tracciato il nuovo piano di riorganizzazione per la montagna. “Nella giornata del 7 luglio gli amministratori della montagna si sono incontrati con i vertici della sanità regionale e dovrebbe essere stato loro illustrato il cosiddetto progetto pilota. Lo valuteremo quando ne conosceremo nel dettaglio i contenuti. Riteniamo però probabile che non rappresenti la risposta che chiediamo: temiamo, infatti, che si tratti dell’ennesima soluzione straordinaria e temporanea, incapace di garantire quella stabilità organizzativa e quella prospettiva di lungo periodo di cui il presidio Pacini ha bisogno, così come gli operatori che vi lavorano. Ora spetta agli amministratori dimostrare se intendono difendere il diritto dei cittadini della montagna a un ospedale stabile e pienamente riconosciuto oppure accontentarsi di una soluzione provvisoria. La nostra battaglia continuerà con serietà, determinazione e nel rispetto dei fatti, perché il diritto alla salute dei cittadini della montagna non può essere ridimensionato né da interpretazioni inesatte della normativa né da valutazioni esclusivamente economiche. Dal Pacini non si scende!“.

© Riproduzione riservata

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