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Proroga isopensione, cos’è l’ipotesi al vaglio del governo

L’isopensione scade il 31 dicembre 2026 e il governo sta valutando se prorogarla oltre quella data, mantenendo il limite massimo di 7 anni di anticipo rispetto ai requisiti ordinari.

La notizia circola da settimane nei palazzi del Mef, dove è allo studio una proroga con due opzioni sul tavolo:

– un’estensione temporale fino al 2029 della norma transitoria già vigente;

– una modifica strutturale che renda permanente la finestra dei 7 anni.

Cos’è l’isopensione

L’isopensione è una forma di “scivolo pensionistico” introdotta dall’articolo 4 della legge Fornero (L. 92/2012) per consentire alle aziende di accompagnare alla pensione i dipendenti più anziani pagando direttamente l’assegno di esodo, senza oneri per lo Stato.

Chi può accedere all’isopensione

La misura è riservata ai lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, inclusi i dirigenti, di aziende private con più di 15 dipendenti, in situazioni di eccedenza di personale o ristrutturazione aziendale. Il requisito principale per accedere a questa misura è che al lavoratore manchino al massimo 7 anni (con la norma transitoria attualmente in vigore) per raggiungere la pensione di vecchiaia (67 anni) o quella anticipata (42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, 41 e 10 per le donne).

Quanto vale l’assegno e chi lo paga

L’importo corrisponde alla pensione maturata al momento dell’uscita, calcolata senza i contributi figurativi del periodo di esodo, che però vengono comunque versati dall’azienda e incideranno sull’assegno definitivo. L’Inps eroga il pagamento per conto dell’impresa, composto da: 13 mensilità, tassazione ordinaria, nessun adeguamento automatico all’inflazione e nessun assegno familiare.

Accordo sindacale e fideiussione bancaria

L’isopensione non si attiva autonomamente, ma necessita di un accordo tra azienda e sindacati, validato dall’Inps. L’impresa deve presentare una fideiussione bancaria a garanzia degli obblighi di modo che, se venisse meno ai pagamenti, l’Inps, dopo 180 giorni dall’avviso inviato all’impresa, escute la garanzia, tutelando il lavoratore.

Isopensione e pensione anticipata: le differenze principali

A differenza della pensione anticipata ordinaria, l’isopensione è un’iniziativa aziendale, non individuale. Inoltre, questo strumento non comporta penalizzazioni sull’assegno definitivo e funziona solo in contesti di esubero. In pratica, non va confuso con un mezzo per andare prima in pensione, bensì come un supporto alle aziende per ridurre l’organico, senza licenziamenti.

La scadenza che si avvicina

La data chiave per i lavoratori che vogliono usufruire dell’isopensione con il massimo di 7 anni di anticipo è il 30 novembre 2026: entro quella data deve cessare il rapporto di lavoro. Dopo il 31 dicembre 2026, salvo interventi normativi, lo scivolo tornerebbe al limite ordinario di 4 anni, riducendo drasticamente la platea dei potenziali beneficiari.

Il rischio, sollevato anche dall’Inps, è di riprodurre il problema degli “esodati” emerso dopo la riforma Fornero del 2011: lavoratori che escono dall’azienda senza avere ancora diritto alla pensione e senza copertura adeguata. L’isopensione, infatti, funziona solo se la distanza tra l’uscita dall’azienda e la maturazione della pensione rientra nella finestra massima consentita dalla legge. Dal 2027, quella finestra scende da 7 a 4 anni.

Contemporaneamente, dal 2027 scattano i nuovi requisiti pensionistici adeguati all’aspettativa di vita: la pensione di vecchiaia sale a 67 anni e alcuni mesi, e quella anticipata richiede contributi ancora più lunghi.

Il problema nasce dall’incrocio tra i due fattori: un lavoratore che oggi ha 60 anni e lavora in un’azienda in ristrutturazione dista 7 anni dalla pensione, rientra nello scivolo attuale, ma dal 2027 non rientrerebbe più nel limite di 4 anni. La sua domanda di isopensione verrebbe respinta dall’Inps, lasciandolo senza reddito e senza pensione.

Perché il governo valuta la proroga dell’isopensione

L’isopensione è “politicamente sostenibile” rispetto ad altre misure previdenziali perché non pesa sulle casse pubbliche: il costo è interamente a carico delle aziende, che finanziano l’assegno e versano i contributi figurativi fino alla maturazione della pensione. È anche uno strumento che le grandi aziende private usano regolarmente per gestire le ristrutturazioni senza ricorrere ai licenziamenti, configurando un equilibrio che sia il governo che le parti sociali hanno interesse a preservare.

 

Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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