Voleva segnalare la precarietà dell’edificio scolastico, ma si è ritrovato con una nota disciplinare sul registro elettronico. È successo a uno studente di 15 anni dell’Istituto “Pertini” di Pordenone che è stato sanzionato dopo aver fotografato con lo smartphone l’acqua che cadeva dal soffitto della sua aula durante una forte pioggia, il 6 maggio scorso.
La sanzione non riguarda il contenuto dell’immagine, ma il mezzo usato per farlo, ha spiegato la dirigente scolastica, Alessandra Rosset segnalando che le segnalazioni vanno fatte tramite i “canali istituzionali”. La famiglia non ha accettato la spiegazione e ha inviato una diffida formale alla dirigente.
Nel frattempo, il caso è diventato un banco di prova sul confine, spesso sottile, tra disciplina scolastica, sicurezza degli edifici pubblici e diritti degli studenti.
La forte pioggia su Pordenone e l’infiltrazione a scuola
È la mattina del 6 maggio e a Pordenone piove forte. Talmente forte che dal soffitto dell’aula cade acqua dal soffitto. A quel punto lo studente tira fuori il telefono per scattare una foto e testimoniare la gravità della situazione. Un gesto di pochi secondi, quasi istintivo per il quindicenne.
Poco dopo il ragazzo viene richiamato dalla preside che gli annuncia la nota disciplinare per aver violato il divieto di dispositivi elettronici personali a scuola, che ha assunto maggiore rigore dall’anno scolastico 2025/2026. La sanzione, al momento, si è fermata alla nota, ma il regolamento vigente, e la Circolare ministeriale n. 3392 del 16 giugno 2025 che ha inasprito il divieto, prevede, in caso di reiterazione o aggravanti, la sospensione fino a tre giorni e possibili ricadute sul voto in condotta.
Il provvedimento è scattato dopo che il ragazzo ha inviato la foto-segnalazione ai giornali.
La posizione della scuola: forma contro sostanza
La dirigente Rosset ha scelto una linea difensiva che sposta il problema dal “cosa” al “come”: fotografare le infiltrazioni non è di per sé vietato, ma farlo con un cellulare personale, invece di compilare una richiesta scritta, avvisare un insegnante o parlare con il rappresentante di istituto, viola il regolamento.
Infatti le scuole italiane hanno strutture di rappresentanza, il Consiglio di istituto, i rappresentanti di classe, i responsabili della sicurezza, pensate proprio per raccogliere e trasmettere segnalazioni. D’altra parte, queste strutture richiedono tempo, passaggi multipli e, soprattutto, una fiducia nel sistema che non sempre è giustificata dai risultati.
La domanda che la famiglia, e con lei una parte della comunità scolastica, pone è più semplice: in quanto tempo il soffitto sarebbe stato riparato senza quella foto?
Cosa dice la legge
Il divieto di smartphone nelle scuole italiane è contenuto nella circolare ministeriale n. 3392 del 16 giugno 2025, che ha esteso e uniformato il divieto a tutti gli istituti secondari, lasciando alle singole scuole la definizione delle sanzioni specifiche. Il Pertini di Pordenone, come la quasi totalità degli istituti italiani, ha recepito la norma nel proprio regolamento interno.
Il quadro, però, non è monocromatico. Il Dpr 249/1998, lo Statuto delle studentesse e degli studenti, vecchio di quasi trent’anni ma ancora vigente, tutela esplicitamente il diritto alla libertà di espressione all’interno della comunità scolastica, limitata solo dal rispetto delle norme penali e del buon costume. La situazione diventa ancora più delicata quando l’utilizzo di un dispositivo formalmente vietato serva a evitare guai peggiori, offrendo una strada concreta per realizzare un diritto e un dovere degli studenti.
Sull’aspetto privacy, la diffusione non autorizzata di immagini scolastiche è vietata per tutelare la riservatezza delle persone coinvolte. Ma qui non c’è nessuna persona nelle immagini, bensì un rivolo d’acqua che scende dal soffitto.
Divieto di smartphone a scuola: qual è il limite?
Lo stesso atto può essere letto in due modi opposti a seconda della lente che si usa.
Nella lettura dell’istituzione scolastica, un quindicenne ha violato un regolamento condiviso, applicato a tutti senza distinzioni. Concedere eccezioni in base alla “buona intenzione” del gesto aprirebbe una breccia che sarebbe impossibile gestire: ogni studente potrebbe invocare il “valore civico” del proprio uso del telefono.
Nella lettura della famiglia, e di quanti, tra rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e attivisti studenteschi, si sono schierati con il ragazzo, l’atto è una denuncia di fatto di condizioni che l’istituzione avrebbe dovuto prevenire e correggere. Punirlo equivale a scoraggiare ogni futuro atto di segnalazione dal basso.
Lo smartphone, in questo contesto, smette di essere uno strumento di distrazione per diventare un mezzo di partecipazione attiva. Se il fine ultimo della scuola è formare cittadini consapevoli, punire chi documenta un pericolo reale crea un “cortocircuito educativo”. Non a caso, i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza del Pertini hanno espresso supporto pubblico allo studente. E tra gli studenti stessi circolano voci di possibili proteste, fino allo sciopero scolastico.
Il degrado edilizio scolastico, il contesto nazionale
Il caso del Pertini non esiste nel vuoto. Secondo i dati del rapporto “Ecosistema Scuola 2024” di Legambiente, solo il 47% degli edifici dispone del certificato di agibilità, il 31,2% ha beneficiato di indagini diagnostiche sui solai negli ultimi cinque anni (rispetto ai dati dello studio) e appena il 10,9% ha ricevuto interventi di messa in sicurezza sui solai. Inoltre, gli stanziamenti per la manutenzione straordinaria sono in calo con una media nazionale di 39.648 euro per edificio e il 44% non ha il certificato di prevenzione incendi. Le infiltrazioni d’acqua dai tetti e dai soffitti sono tra i problemi strutturali più diffusi e più ricorrenti nelle segnalazioni dei presidi italiani.
In questo contesto, il comportamento del quindicenne di Pordenone è esattamente il tipo di azione che molti responsabili della sicurezza sui luoghi di lavoro (Rlss) considerano preziosa.
Educazione digitale e comunità educante
Alcuni osservatori sottolineano un evidente paradosso emerso dalla vicenda: le scuole italiane investono ogni anno in programmi di educazione digitale, cittadinanza attiva, media literacy. Si insegna agli studenti a usare la rete in modo responsabile, a documentare, a condividere in modo critico. Poi arriva un ragazzo che usa il telefono per documentare un problema reale, concreto, potenzialmente pericoloso, l’acqua che filtra in un edificio frequentato da centinaia di persone ogni giorno, e si prende una nota sul registro.
L’educazione digitale è davvero completa quando abbraccia il potenziale civico degli strumenti digitali. La “comunità educante” include anche il diritto degli studenti a partecipare attivamente alla cura dello spazio in cui trascorrono un terzo delle loro giornate.
Il soffitto del Pertini stava perdendo acqua il 6 maggio 2026. Questo è un dato di fatto. Che sia servito uno smartphone per renderlo pubblico è, forse, una sconfitta dei canali istituzionali prima ancora che una trasgressione del regolamento.
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Giovani
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