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“La dea Ansia” entra in classe: il j’accuse di D’Avenia sulla scuola del rendimento

C’è una contraddizione che oggi attraversa scuola e famiglia e che pesa più di molte riforme: si parla moltissimo dei ragazzi, ma li si guarda sempre meno. Li si osserva attraverso i risultati, le insufficienze, i segnali di disagio. Molto più raramente li si intercetta nel punto in cui stanno davvero vivendo, soffrendo, cercando un posto.

Dentro questo scarto si inserisce l’intervento di Alessandro D’Avenia, protagonista del terzo appuntamento di Adolescence, il ciclo di quattro incontri promosso dalla Fondazione Oltre per genitori, insegnanti ed educatori. Scrittore e insegnante di lettere al Collegio San Carlo di Milano, affermatosi presso il grande pubblico a partire dal romanzo “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, D’Avenia ha provato a spostare il discorso più a monte: non su ciò che manca ai ragazzi, ma sul tipo di sguardo con cui gli adulti li incontrano.

La sua tesi è semplice e impegnativa insieme. L’ansia che oggi attraversa tanti adolescenti non nasce dal nulla e non può essere letta solo come un problema individuale. È anche il riflesso di un mondo adulto che ha messo al centro il risultato, la velocità, il controllo. I ragazzi, dice D’Avenia, crescono dentro questo clima e ne assorbono la logica. Per questo anche la scuola, spesso senza volerlo, finisce per parlare soprattutto la lingua della prestazione: debiti, crediti, profitto, rendimento.

È qui che il discorso si fa più scomodo: se l’educazione si riduce a una questione di performance, allora non sono solo gli studenti che non reggono la pressione. La questione riguarda anche gli adulti, il loro modo di stare davanti ai ragazzi, di interpretarli, di misurarli. Per questo D’Avenia non propone semplicemente di “cambiare la scuola”. Chiede prima di tutto un cambiamento di sguardo e, prima ancora, di cambiare la posizione da cui guardiamo: perché – è il punto decisivo del suo intervento – “non si educa da esperti”, ma da uomini e donne che si riconoscono figli.

La scuola della prestazione e il disagio che prende forma in classe

Il lessico del rendimento

Il bersaglio del suo intervento non è la scuola in astratto, né il singolo docente che ogni mattina prova a tenere insieme programmi, scadenze, registri, burocrazia e ragazzi in carne e ossa. D’Avenia prende di mira una deriva culturale più profonda, che ha progressivamente trasformato la scuola in un luogo dove tutto viene letto attraverso la prestazione. “Viviamo in una scuola in cui si parla ancora di debiti e di crediti”, dice, mentre “profitto” e “rendimento” sono ormai le parole chiave di un sistema che guarda ai ragazzi prima come esiti che come persone.

Quando il linguaggio scolastico si organizza così, lo studente rischia di essere letto soprattutto attraverso i risultati. Il suo percorso coincide con l’andamento delle prove, il suo valore con la tenuta del rendimento. In questa cornice anche l’errore cambia significato: non è più semplicemente una difficoltà da attraversare, ma può diventare il segnale di un’identità che si incrina.

Il punto, nel ragionamento di D’Avenia, non è abolire la valutazione, è non lasciare che diventi il criterio dominante. La scuola deve valutare, ma non può esaurirsi lì. Se prende a modello esclusivo la misurazione, finisce per somigliare sempre più a ciò che dovrebbe correggere.

“La dea Ansia” e la cultura del controllo

Per dare un nome al clima in cui crescono oggi molti ragazzi, D’Avenia racconta di una bambina di dieci anni che, chiamata a inventare una nuova divinità, ne crea una sola: la “dea Ansia”. In quell’invenzione infantile c’è già molto del contesto in cui gli adolescenti si muovono. L’ansia, nel suo discorso, non è solo una reazione personale a una fragilità individuale, è anche il prodotto di un ambiente in cui tutto tende a essere anticipato, controllato, classificato.

I dati disponibili vanno nella stessa direzione. L’Istat ha segnalato un peggioramento del benessere psicologico tra i più giovani, con un impatto più marcato sulle ragazze. Unicef, nel rapporto sulla condizione dei minori nell’Unione europea, osserva che i tassi dei problemi di salute mentale crescono con l’età e che tra i 15 e i 19 anni ansia e depressione colpiscono una quota consistente di adolescenti. D’Avenia si muove sul terreno in cui quel disagio prende forma: il contesto in cui un ragazzo impara a percepirsi all’altezza oppure no.

In questa lettura, il registro elettronico diventa un esempio utile. Non perché sia il male in sé, ma perché mostra una tendenza più generale: scambiare l’informazione per relazione. Sapere subito un voto o una mancanza non significa capire meglio un ragazzo. A volte significa solo togliere tempo a quel passaggio in cui lui stesso prova a elaborare, a raccontare, magari anche a trovare le parole per dire che cosa gli è successo. Per D’Avenia è uno dei punti in cui la scuola e la famiglia rischiano di parlarsi molto e di capirsi poco.

La presenza che nessun dispositivo sostituisce

La stessa logica si ritrova nella sua critica alla velocità. “Fare presto”, nel suo discorso, non è solo un’abitudine organizzativa, è un modo di pensare. Vale per la scuola, per il lavoro, per il modo in cui gli adulti si rapportano ai ragazzi; vale per l’idea che tutto debba essere subito leggibile, subito valutabile, subito corretto, come se la rapidità potesse compensare la povertà di esperienza, per l’idea che una lezione diventi più efficace solo perché più interattiva o più ricca di supporti. D’Avenia mette in discussione proprio questo: un apprendimento che accelera troppo rischia di non sedimentare nulla.

Qui il suo ragionamento si fa molto concreto: nessun dispositivo, nessuna piattaforma, nessuna procedura può sostituire la presenza di un adulto che incarni ciò che insegna. Conta il modo in cui incarni la materia, il modo in cui fai capire che ciò che insegni ti riguarda: il professore che si commuove leggendo Paolo e Francesca, l’insegnante che presta un libro decisivo a uno studente, il docente che non riduce l’ora di lezione a consegna di contenuti ma la trasforma in un punto di contatto con qualcosa che resta. “Il cuore arriva sempre prima della testa”, dice.

Da qui il discorso di D’Avenia fa un passo ulteriore. Se nessun dispositivo può sostituire la presenza di un adulto, allora conta anche che cosa quell’adulto riesce a vedere davvero. D’Avenia richiama l’attenzione sul “ragazzo piegato sul suo banco che non alza mai la testa”. È qui che entra in gioco l’attenzione.

“L’attenzione oggi è il tema, è la materia prima dell’umano”, dice. E aggiunge: “Noi siamo ciò a cui prestiamo attenzione”. Il senso è molto concreto: essere presenti non vuol dire solo esserci, ma accorgersi. Vuol dire vedere un ragazzo anche quando non sta ancora dando un segnale evidente.

L’alleanza educativa prima dei voti

Famiglia e scuola non come sorveglianza reciproca

Quando D’Avenia passa al rapporto tra scuola e famiglia, evita il tono da manuale. L’alleanza educativa, nel suo discorso, non nasce dal semplice scambio di informazioni. Nasce quando scuola e famiglia riescono a condividere uno sguardo sul ragazzo. Non uno scambio di dati, ma un’interpretazione comune.

Il rapporto tra scuola e famiglia, in questa prospettiva, cambia natura. Non è più – o non dovrebbe essere – un meccanismo di sorveglianza reciproca. Diventa piuttosto uno spazio in cui si costruisce uno sguardo comune sul ragazzo. Non un accordo sui risultati, ma una condivisione sul senso del percorso. Il figlio, lo studente, smette di essere il punto di attrito tra due istituzioni e torna a essere il centro di una responsabilità condivisa.

Il rischio opposto è sotto gli occhi di tutti: la famiglia che controlla la scuola, la scuola che si tutela rispetto alla famiglia, il ragazzo schiacciato in mezzo. In questo schema il colloquio serve soprattutto quando qualcosa non va. Si parla di insufficienze, di assenze, di comportamenti, di rischio. Quasi mai si parla davvero della persona. Il Patto educativo di corresponsabilità, nelle linee guida ministeriali, nasce per “rafforzare il rapporto scuola/famiglia”, ma il discorso di D’Avenia mostra bene il limite di una lettura puramente formale. Nessun patto funziona davvero se scuola e famiglia si incontrano soltanto quando c’è un problema.

Il ragazzo chiamato per nome

Per D’Avenia educare significa arrivare al punto in cui un ragazzo si sente “guardato, accompagnato e chiamato per nome”. È una frase semplice, ma nel suo intervento ha un peso preciso: vuol dire che l’educazione comincia quando uno studente non si percepisce come un caso da gestire, ma come una persona riconosciuta. Da questo punto di vista la sua critica non è rivolta soltanto alla scuola. Riguarda anche le famiglie, soprattutto quando si lasciano catturare dalla stessa logica della prestazione. Quando il figlio diventa il punto in cui si scaricano aspettative, paure, ansie di riuscita, anche la relazione più affettiva rischia di trasformarsi in pressione. La casa, che dovrebbe essere il primo luogo di affidabilità, può diventare il posto in cui si arriva per ricaricarsi in fretta e tornare a rendere meglio fuori, non quello in cui si offre ai figli il meglio di sé.

Il suo discorso tiene insieme i due piani. Chiede alla scuola di non rifugiarsi nella misurazione e alla famiglia di non rifugiarsi nel controllo. A entrambe chiede la stessa cosa: restare davanti a un ragazzo abbastanza a lungo da capirne non solo l’andamento, ma la direzione. È anche per questo che insiste tanto sul tempo, sull’ascolto, sul fatto che non tutto può essere anticipato o risolto prima che il ragazzo stesso abbia preso coscienza di ciò che gli sta succedendo.

“Per essere padri bisogna essere figli”

“Per essere padri la cosa più importante non è essere padri, è essere figli” è la formula che tiene insieme il resto. Vuol dire che non si educa da esperti che applicano metodi, ma da uomini e donne che abitano con verità la propria appartenenza alla vita. Nel suo ragionamento questa consapevolezza cambia il rapporto con i ragazzi. L’adulto che si pensa come individuo che deve solo trovare le tecniche giuste per correggere, motivare o proteggere finisce facilmente per trasformare il figlio o lo studente in un oggetto delle proprie aspettative. L’adulto che si riconosce figlio, invece, può stare nella relazione in modo meno possessivo e più generativo.

L’educazione, per D’Avenia, non dipende soltanto da ciò che si sa fare, ma da come si sta nella vita. E questa qualità della presenza si sente molto prima di essere spiegata. Sta nel modo in cui si entra in classe, nel modo in cui si sta a tavola, nel modo in cui si affronta la fatica, nel modo in cui si lascia capire a un ragazzo che la vita non coincide con la somma dei suoi risultati.

Scuola e letteratura come alleati

Perché D’Avenia chiama in causa Omero e la tragedia greca

Per spiegare questo passaggio D’Avenia torna più volte ai classici. Non lo fa per alzare il livello della conversazione o per difendere una tradizione scolastica. Lo fa perché Omero e la tragedia greca, nel suo discorso, agiscono come un correttivo alla scuola della prestazione. Dove il linguaggio del rendimento restringe l’esperienza dentro il risultato, i classici la riaprono alla domanda. Riportano al centro il limite, il dolore, la perdita, la scelta.

Quando richiama Telemaco che non dorme, Ulisse che piange, Penelope che ascolta, D’Avenia non sta facendo un excursus letterario. Sta dicendo che le grandi storie funzionano ancora perché mettono in forma questioni che i ragazzi continuano a vivere: la paura di non essere all’altezza, il bisogno di essere riconosciuti, il rischio di scegliere, il timore di perdere tutto.

I classici, per D’Avenia, non “servono” nel senso funzionale del termine. “Non ha senso, ma dà senso”, dice a proposito della tragedia. Vale a dire: non è utile nel modo in cui oggi si definisce l’utilità, ma è decisiva perché aiuta a orientare la vita. Qui sta la loro funzione educativa.

Per questo scuola e letteratura tornano alleate. E non è un caso che proprio dentro il progetto “Tra palco e realtà” – il percorso promosso dalla Fondazione Oltre che accompagna gli studenti verso Siracusa e il teatro classico – questo nesso venga messo alla prova in modo concreto. Nel ragionamento di D’Avenia le storie non servono a impreziosire il percorso scolastico, né a offrire una parentesi colta dentro la formazione: servono piuttosto a dare forma a ciò che i ragazzi vivono spesso in modo confuso, dalla paura di fallire al bisogno di essere riconosciuti, fino al peso delle scelte e della perdita.

È qui che il suo discorso smette di essere solo una critica alla scuola della prestazione e prende la forma di una proposta. La bellezza, per D’Avenia, non è un lusso culturale né un elemento ornamentale: è ciò che può ancora interrompere una vita ridotta a esecuzione, risultato, tenuta.

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