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Il “Tinder dello sperma”: cos’è Y Factor e perché crea polemiche

Lo hanno ribattezzato il “Tinder dello sperma”, ma altro non è che un’app di incontri tra un donatore di sperma e qualcuno che desidera diventare genitore. Parliamo di Y Factor, una piattaforma lanciata nel giugno 2025 da Ole Schou, fondatore della Cryos International (quella che si definisce la più grande banca del seme al mondo) e che mira a “democratizzare” il trattamento della fertilità rendendolo meno burocratico e più accessibile a tutti.

Un “mercato aperto” per la genitorialità

L’applicazione, operativa in gran parte dell’Unione europea con comunità significative in Italia, Spagna e Germania, offre un’esperienza utente speculare a quella delle app di dating. Dopo aver pagato un abbonamento (che parte da circa 9,99 euro al mese per chi cerca, mentre è gratuito per i donatori), gli utenti possono scorrere profili completi impostando filtri su altezza, peso, colore degli occhi e persino “valori” personali come l’impegno sociale o la responsabilità finanziaria.

A differenza delle banche del seme tradizionali, che il fondatore Schou definisce come una sorta di “shopping online anonimo”, Y Factor si pone come un punto di incontro per consentire alle parti di conoscersi personalmente. Il database è composto per il 60% da donne single, spesso trentenni altamente istruite, che non hanno ancora trovato un partner ma non vogliono rinunciare alla maternità.

L’inchiesta del The Times

Il giornalista Ben Kawaller ha raccontato al Times il suo viaggio in questo “mercato nero” della fertilità. Escluso dalle banche ufficiali americane a causa delle restrizioni della Food and Drug Administration perché gay e con una pregressa storia medica (un tumore ai testicoli a 23 anni), Kawaller ha cercato su Y Factor e sull’app rivale e più longeva Just a Baby (attiva dal 2017) una coppia a cui affidare i propri geni. La sua esperienza ha rivelato un panorama frammentato. Da “Storm”, una ragazza di 22 anni, che cercava un figlio con un’immagine profilo che rappresentava la foto di una pompa di benzina fino ad Aaliyah, una ventiquattrenne che dichiarava di non sentirsi “abbastanza motivata a meno che non fosse legata a un bambino”, vedendo nel nascituro una ragione per vivere.

Kawaller, con toni sarcastici, conclude il suo editoriale invitano ad una riflessione: “Non affiderei neppure un cane a molte delle persone incontrate sulle app, figuriamoci un figlio”, sottolineando il rischio di imbattersi in individui instabili o incapaci di usare persino la “punteggiatura corretta”.

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Il vuoto normativo e i rischi sanitari

Sarcasmo a parte, in un’intervista al magazine Stylist, il fondatore affermava lo scorso anno di essere molto felice di lasciare “che siano le persone a prendere in mano la scelta di come diventare genitori, anziché un medico o un’autorità”. E Sofie Hafström Kritsotaki, l’amministratrice delegata, ha raccontato qualche giorno fa al quotidiano spagnolo El Confidencial, che questa appè una piattaforma di connessione, “non una banca del seme. Se due adulti consenzienti decidono di concepire un figlio, è legale “, ha aggiunto. Già a El Pais, aveva commentato tempo fa le critiche ricevute, affermando che “la donazione da persona a persona non è una novità, e le persone utilizzano già gruppi Facebook o Reddit per organizzare incontri informali. Con questa app, speriamo di semplificare questa esperienza e ci impegniamo a proteggere tutti i nostri utenti. Attraverso la tecnologia e la trasparenza, miriamo a ridurre il rischio e l’incertezza associati all’incontro online (verifica dell’identità, un algoritmo di abbinamento basato su preferenze reciproche, messaggistica sicura e segnalazione di comportamenti inappropriati direttamente dall’app)”. E ha aggiunto: “Le persone non dovrebbero essere costrette a scegliere tra scorciatoie pericolose e cliniche costose e impersonali. Factor vuole creare una nuova via: la libera scelta del proprio donatore, con il supporto del sistema per garantire la sicurezza medica e finanziaria”.

I professionisti interpellati dai media spagnoli non sono d’accordo: Miguel Del Campo, medico genetista, ha definito queste pratiche “un despropósito” (un’assurdità). In Italia e Spagna, la legge impone che la donazione sia anonima, altruista e controllata. Le opzioni di inseminazione domiciliare (fai-da-te con siringa) o tramite coito (quindi rapporti sessuali diretti) offerte dall’app sono considerate assolutamente illegali in questi contesti.

I principali pericoli riguardano essenzialmente tre macro aspetto. Il primo è l’assenza di screening: a differenza delle cliniche, che eseguono test rigorosi per Hiv, epatite, sifilide e analisi del cariotipo, sulle app i test sono solo “fortemente incoraggiati” ma non obbligatori per l’iscrizione. Poi abbiamo i limiti di donazione e il rischio incesto: se non esiste la tracciabilità che invece si avrebbe tramite sistemi ufficiali, è impossibile limitare il numero di figli nati da un singolo donatore. Limiti recentemente aggiornati dalla Società Europea di Riproduzione Umana ed Embriologia (Eshre), che durante l’ultima conferenza annuale tenutasi a Londra dal 5 all’8 luglio vedeva Y Factor occupare uno degli stand dei partner coinvolti. Infine, c’è il rischio della falsificazione dell’identità e dell’uso dell’intelligenza artificiale nella creazione di foto profilo.

Così, mentre Ole Schou punta all’obiettivo di un milione di utenti per democratizzare la fertilità, la realtà descritta dalla comunità scientifica è quella di un “selvaggio west” digitale dove i sogni di genitorialità si scontrano con gravi incertezze sanitarie, etiche e giuridiche.

Fertilità

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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