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Educazione finanziaria a scuola, Galletta: “Le istituzioni siano più coraggiose”

Ogni mattina, nelle aule italiane, si fa l’appello e la grande assente è sempre lei: l’educazione finanziaria a scuola. La legge 21/2024 l’ha inserita tra i nuclei tematici dell’educazione civica, ma il suo concreto insegnamento resta facoltativo: gli insegnanti possono scegliere se inserirla o meno nelle 33 ore annuali trasversali a più materie. “Il provvedimento rappresenta un primo passo, sicuramente positivo, ma ancora insufficiente per diffondere i concetti base della finanza tra gli studenti”, spiega Gabriele Galletta, analista finanziario, Co-fondatore e Ceo di Investimento Custodito.

Un passaggio legislativo importante per un Paese zavorrato dal debito pubblico, che si scontra però con programmi didattici saturi e ore insufficienti.

Per questo, “le istituzioni devono avere più coraggio nell’implementazione di questa disciplina”, sottolinea Galletta, che invita a riflettere sull’aspetto macroeconomico della questione: un popolo che sa investire genera un’economia più solida. Insegnare a gestire i propri risparmi non è solo una tutela per i singoli, ma una precisa strategia di sviluppo nazionale: “Il governante che guarda al breve periodo può trovare comodo un cittadino finanziariamente non educato, ma il governante che guarda al lungo periodo sa che le esternalità positive di un cittadino che alloca bene il suo risparmio sono enormi: fa entrare capitali nell’economia reale, finanzia le imprese e fa crescere il Paese. Serve più coraggio”, spiega l’esperto, riconoscendo che “nei sistemi democratici bisogna comunque fare i conti con i tempi brevi dei governi”.

“Credo che il modello da seguire sia il mondo anglosassone, dove l’educazione finanziaria entra nelle aule dei giovanissimi ed è parte integrante del curriculum”. In Inghilterra si parte già dalla primary school con nozioni base di denaro, e poi si rafforza tra 11 e 16 anni su budget, credito, debito, risparmio e pensioni. Negli Usa, invece dipende dal singolo Stato, ma in molti casi l’educazione finanziaria è richiesta alle superiori per il diploma.

Legge 21/2024 e i limiti dell’educazione civica

L’inserimento di questa disciplina a scuola sconta i limiti di un approccio esclusivamente teorico. “Capisco la difficoltà di inserire una materia del genere in un programma scolastico già pieno, – osserva Galletta – ma i ragazzi non sentono il bisogno di apprendere l’educazione finanziaria se resta solo sui libri”.

La soluzione passa da ore aggiuntive e da un cambio di passo metodologico. “È fondamentale l’intervento di professionisti del settore che trattino il tema dal punto di vista pratico. L’ho notato di recente all’Università di Catania: ai ragazzi ho detto che i loro professori fanno la teoria meglio di me, e ho portato la mia esperienza su come si costruisce un portafoglio o come si alloca il risparmio. Quella parte pratica li appassiona”. Dare spazio alla pratica non significa sminuire la teoria, ci tiene a precisare Gabriele Galletta: “Ho fatto il liceo classico, amo la filosofia e credo che le materie umanistiche, spesso considerate inutili, siano fondamentali perché insegnano a imparare”.

Gli italiani accoglierebbero positivamente un’apertura ulteriore verso l’educazione finanziaria. Il Rapporto Edufin 2023 “Educazione finanziaria: iniziamo dalla scuola”, realizzato dal Comitato Edufin con Bva Doxa, mostra che circa il 91% degli intervistati vuole l’educazione finanziaria a scuola, in crescita rispetto alle rilevazioni precedenti. Il 72% ritiene inoltre che l’insegnamento a scuola possa comportare vantaggi nelle future scelte di risparmio, investimento, assicurazione e previdenza. Un aspetto quest’ultimo, fondamentale per le nuove generazioni che rischiano di andare in pensione dopo i 70 anni.

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Formare i docenti per insegnare l’economia

Per portare l’educazione finanziaria in classe, servono professori in grado di spiegarla. In Italia, però, i docenti formati per insegnare questa materia sono ancora un’eccezione, specialmente nelle scuole dell’obbligo.

“Bisognerebbe dare una forte mano ai docenti”, avverte l’esperto. “Se l’insegnante non ha contezza della materia e la tratta in maniera marginale, non emergerà mai l’interesse degli studenti”. Per questo, “andrebbe dato maggior peso ai docenti laureati in economia o a chi ha acquisito una preparazione specifica”. Essendo anche un formatore, Gabriele Galletta può testimoniare che “La curiosità dei ragazzi si accende quando vedono gli effetti pratici della finanza: ogni giorno sentono parlare di borse, Nasdaq, Ftse Mib e quando capiscono che possono gestire quei concetti, il loro entusiasmo aumenta”.

Social media e investimenti: la spinta dal basso 

Il Ceo di Investimento Custodito invita a vedere diversamente i social network, che “spesso vengono spesso raccontati con un’accezione negativa, ma sono una risorsa preziosa per diffondere e democratizzare l’educazione finanziaria”, sottolinea. Mentre la scuola muove i primi passi istituzionali, i social media hanno colmato il vuoto formativo, abbattendo le barriere storiche all’accesso ai mercati. L’educazione finanziaria, in Italia, è passata prima dagli smartphone che dai banchi.

Il digitale ha anche promosso una democratizzazione degli strumenti per investire: “Oggi chiunque può investire velocemente e a costi irrisori, mentre venti anni fa c’erano solo le banche e le poste, che offrivano pochi servizi a costi molto elevati”, sfruttando a proprio vantaggio l’asimmetria informativa.

Il divario generazionale e di genere

Questo accesso disintermediato ha evidenziato due approcci opposti. Da un lato ci sono i giovanissimi che “studiano, approfondiscono e cominciano subito a comprare Etf, forti del fatto che investendo 200 euro al mese hanno una tolleranza al rischio maggiore”. Dall’altro i 40-50enni, più prudenti e diffidenti, spesso perché “si sono già scottati in passato con i canali classici o perché hanno un capitale già formato e vogliono essere più supportati”.

Emerge inoltre una netta differenza di genere. Tra gli iscritti ai corsi di educazione finanziaria le donne sono meno degli uomini, ma mostrano “un approccio molto più razionale e analitico alla gestione dei risparmi: vogliono capire e studiano. L’uomo, al contrario, è molto più emotivo e tende a seguire il trend del momento”.

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Sinergia pubblico-privato e welfare aziendale

Con lo Stato già gravato da una forte pressione fiscale, l’educazione finanziaria di massa richiede una maggiore sinergia pubblico-privato.

Le opzioni per favorire l’autonomia economica dei cittadini esistono già. “Un lavoratore di 24 anni oggi può utilizzare il suo welfare aziendale per formarsi”, spiega l’analista finanziario. “In futuro, si potrebbero immaginare convenzioni tra lo Stato e istituzioni private per portare la formazione nelle scuole, permettendo così al sistema pubblico di intervenire prima”. Un esempio virtuoso in tal senso arriva dal Comune di Turi, in provincia di Bari, che ha promosso un programma di educazione finanziaria dalle scuole medie.

Pensare che la responsabilità sia in capo solo alla pubblica amministrazione o al governo, tuttavia, sarebbe sbagliato: “La spinta per il cambiamento deve partire anche dal basso: tutti noi scegliamo un futuro diverso quando ci impegniamo per far rendere al meglio i nostri risparmi”, chiosa Galletta.

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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