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martedì 24 Febbraio 2026
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L’evoluzione della professione archeologica: cresce l’impiego nel privato, ma si attende la riforma del Codice dei beni culturali

FIRENZE – La figura dell’archeologo in Italia ha subìto una profonda mutazione strutturale, transitando da una dimensione prettamente accademica a un ruolo di consulenza strategica per la trasformazione e lo sviluppo del territorio. È questo il quadro delineato dall’Associazione Nazionale Archeologi (Ana), che si appresta a illustrare lo stato dell’arte del comparto in occasione della XII edizione di tourismA – Salone Archeologia e Turismo Culturale, in programma nel capoluogo toscano dal 27 febbraio al 1° marzo.

L’indagine statistica restituisce l’immagine di una professione ad altissima qualificazione e a netta maggioranza femminile, con le donne che oggi rappresentano il 65% della forza lavoro attiva. Il livello di istruzione si conferma un’eccellenza nazionale: il 95% degli operatori è in possesso di una laurea magistrale, mentre oltre il 72% vanta titoli di studio post-universitari.

Tuttavia, a fronte di una simile preparazione, il mercato del lavoro evidenzia un ingresso tardivo, che si concretizza generalmente attorno ai trent’anni di età. Un ritardo imputabile a un’impostazione accademica ancora sbilanciata verso la ricerca teorica a discapito delle competenze tecnico-operative. Sul fronte contrattuale, si registra un drastico allontanamento dall’impiego pubblico, che oggi assorbe appena il 22% degli archeologi. La maggioranza degli esperti opera in regime di libera professione con partita IVA (una quota raddoppiata negli ultimi tredici anni, passando dal 27% all’attuale 52%) o come dipendente nel settore privato (23%). Positivi i segnali sul fronte retributivo: rispetto al 2011, quando la maggior parte degli addetti non raggiungeva i 15.000 euro annui, attualmente il 38% dichiara introiti superiori ai 24.000 euro, con picchi che oltrepassano la soglia dei 48.000 euro.

Il nodo centrale sollevato dall’ANA riguarda l’inadeguatezza dell’attuale Codice dei Beni Culturali, giudicato non più rispondente alle moderne dinamiche professionali. Si segnalano, in particolare, evidenti discrepanze procedurali tra i cantieri pubblici e quelli privati in materia di verifica preventiva dell’interesse archeologico.

Proprio l’archeologia preventiva ha trasformato il professionista in un interlocutore tecnico fondamentale tra le istituzioni e i progettisti. Secondo i dati del questionario ANA 2025, la presenza degli archeologi è ormai strutturale in ogni fase della realizzazione delle opere pubbliche: dalla progettazione preliminare (22%), alla valutazione del potenziale (16%), fino all’esecuzione materiale delle indagini (42%) e alla fase realizzativa dell’opera (19%).

All’orizzonte si profilano ulteriori sfide legate all’innovazione tecnologica, dall’impiego dell’intelligenza artificiale nell’elaborazione dei dati fino alle pratiche di “citizen science”, che necessitano di una chiara regolamentazione etica e metodologica. Di fronte a questi scenari, la presidente dell’Ana, Marcella Giorgio, ribadisce la necessità di riforme strutturali urgenti. Le richieste indirizzate al legislatore vertono sull’adeguamento del Codice dei Beni Culturali, sulla garanzia di equità nei compensi, sul rafforzamento del sistema ordinistico e sull’aggiornamento dei percorsi formativi, affinché le competenze del comparto diventino una reale leva di sviluppo per il Paese.

REDAZIONE

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