(Adnkronos) – Sono stati a lungo un enigma nell’evoluzione umana. E ancora oggi i Neanderthal continuano a sollevare domande cruciali alle quali la scienza sta cercando di dare risposta. Il più antico esemplare fu ritrovato nel 1829 in Belgio dal naturalista olandese Philippe-Charles Schmerling, che inizialmente pensò si trattasse di un essere umano antico, ma anatomicamente moderno. Da allora gli studi si sono susseguiti fino a diventare sempre più approfonditi, grazie anche all’aiuto di tecnologie avanzate. Un quesito, in particolare, è stato a lungo oggetto di dibattito: il modo esatto in cui i Neanderthal si inseriscono nella storia evolutiva degli ominidi. Le interpretazioni più accreditate degli studi sul Dna antico suggeriscono che ci fu un certo grado di incrocio tra i lignaggi dei Neanderthal e i lignaggi che portarono direttamente agli esseri umani moderni.
Ma un altro enigma che si è cercato di risolvere è quanto e come differisse la cognizione dei Neanderthal da quella degli esseri umani moderni o di altri ominidi contemporanei (ovvero l’Homo Sapiens anatomicamente moderno). Questa è una delle domande più antiche della paleoantropologia umana. E oggi un nuovo studio – che confronta l’anatomia del cervello nei Neanderthal e nell’uomo moderno – prova a fare chiarezza su questo punto. I risultati sembrano smentire l’ipotesi che la sostituzione dei Neanderthal con gli esseri umani moderni sia stata determinata da differenze cognitive. Una rivincita per i nostri lontani ‘cugini’.
L’idea che i Neanderthal fossero meno cognitivamente avanzati dell’Homo Sapiens si ritrova nella prima proposta che suggerisce che fossero una specie separata. Lo studio pubblicato sulla rivista ‘Pnas’ indaga le differenze nell’anatomia cerebrale e nelle capacità cognitive rispetto agli umani moderni. In media, i cervelli dei Neanderthal – secondo stime realizzate a partire dalle ricostruzioni endocraniche – tendevano ad essere più grandi e di forma diversa rispetto a quelli degli umani anatomicamente moderni. Ricerche precedenti avevano suggerito che differissero internamente anche da quelli dei primi umani moderni contemporanei. Ma, argomentano gli scienziati, non è chiaro se queste differenze morfologiche del cervello dei Neanderthal riflettano anche differenze cognitive.
Per chiarire questo aspetto gli autori del nuovo studio, P. Thomas Schoenemann dell’Indiana University e colleghi, hanno confrontato i cervelli di due popolazioni di umani moderni utilizzando dati di risonanza magnetica ricavati da 200 individui di origine europea negli Stati Uniti e 200 individui di etnia Han cinese. Per 9 delle 13 regioni cerebrali analizzate, le differenze di volume assoluto tra le due popolazioni di umani moderni superavano le differenze precedentemente riportate tra Neanderthal e primi umani moderni contemporanei. Una revisione delle ricerche precedenti ha indicato che negli umani moderni i legami tra le dimensioni del cervello e le capacità cognitive sono deboli. Seguendo questo ragionamento, l’analisi suggerisce che eventuali differenze medie nelle capacità cognitive tra le popolazioni di Neanderthal e i primi umani moderni sarebbero state minime. Gli autori sostengono che, se le differenze anatomiche cerebrali tra le popolazioni umane moderne non sono significative dal punto di vista evolutivo, nemmeno le differenze anatomiche cerebrali tra i Neanderthal e i primi esseri umani moderni lo sarebbero state.
Secondo gli scienziati, questi risultati sfidano dunque l’ipotesi che la sostituzione dei Neanderthal con gli esseri umani moderni sia stata determinata da differenze cognitive. Del resto, i reperti archeologici di Neanderthal e Homo Sapiens risalenti al tardo Pleistocene medio e all’inizio del tardo Pleistocene in Africa ed Eurasia sono stati descritti come “notevolmente simili”. Sebbene alcuni ricercatori abbiano suggerito che i Neanderthal avessero capacità linguistiche e simboliche più limitate, questa ipotesi è stata contestata, illustrano gli esperti. Studi sul Dna antico suggeriscono infatti che i Neanderthal avessero la stessa variante derivata del gene Foxp2, collegata alle capacità linguistiche, presente anche negli esseri umani moderni. E uno studio sulle cavità dell’orecchio esterno e medio dei Neanderthal rispetto all’Homo Sapiens moderno ha concluso che possedevano capacità uditive simili, rilevanti per il linguaggio umano. E’ stato inoltre ipotizzato per i Neanderthal un possibile comportamento simbolico sotto forma di pitture rupestri, vista la presenza di pigmento ocra in vari siti antichi, e di asce a mano con conchiglie e fossili al centro, come di collezioni di conchiglie marine perforate suggestive di possibili ornamenti. Insomma, tutti elementi che indicano che l’espressione artistica e simbolica non fosse del tutto assente dal comportamento dei Neanderthal.
“Sebbene piccole differenze cognitive possano teoricamente avere grandi effetti evolutivi a lungo termine – concludono gli autori – è fondamentale contestualizzare l’entità di tali effetti in un’adeguata prospettiva comparativa”. La ricerca pubblicata su Pnas punta proprio a questo e offre un contributo al complesso lavoro di contestualizzare i cambiamenti evolutivi nei cervelli degli ominidi.
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