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venerdì 3 Luglio 2026
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Perché il mondo del lavoro è ancora “contro” le madri?

Perché nel 2026 organizziamo ancora il lavoro come se le madri non esistessero? A lanciare questa provocazione è la ricercatrice di Oxford Mahima Mitra, secondo la quale il divario professionale femminile non è l’esito di libere scelte, ma il prodotto di un sistema lavorativo progettato male. La studiosa sostiene che finché le aziende premieranno la disponibilità illimitata anziché la realtà della cura, la maternità continuerà a essere vissuta come una penalità anziché come una risorsa.

Secondo Mitra, le organizzazioni continuano a premiare un modello di “lavoratore ideale” definito da disponibilità ininterrotta e produttività costante, penalizzando intrinsecamente chiunque abbia dei carichi di cura. E le conseguenze sono evidenti in tutto il mondo.

La trappola strutturale e il “lavoratore ideale”

Il problema, sostiene la ricercatrice, è che trattiamo la maternità come una questione individuale, come se fossero i neogenitori a doversi adattare a un sistema, invece di pretendere che sia il sistema ad adattarsi alla vita delle persone. Non si tratta di un momento isolato di difficoltà, ma di una traiettoria discendente che si accumula nel tempo. E per le donne è ancora più evidente: le madri non solo guadagnano meno, ma avanzano più lentamente perché non riescono ad accumulare quei “marcatori di visibilità”- presenza costante, disponibilità extra-orario – su cui si fondano le promozioni.

Questa dinamica crea un paradosso: la genitorialità sviluppa competenze preziose per la leadership, come l’empatia e la resilienza, ma le strutture aziendali continuano a privilegiare la sola presenza fisica rispetto all’intelligenza relazionale alimentando un pregiudizio nei confronti delle donne che scelgono di dividersi tra carriera e genitorialità.

L’Italia un Paese di “Equilibriste”

La ricercatrice evidenzia quanto questo cortocircuito possa pesare sui guadagni delle madri: “nel Regno Unito diminuiscono di circa il 42% entro cinque anni dalla nascita del primo figlio”, ha spiegato Mitra.

Ma il quadro descritto dalla ricerca di Oxford trova una conferma drammatica anche nei dati italiani del rapporto “Le Equilibriste 2026” di Save the Children. In Italia, la nascita del primo figlio rappresenta lo spartiacque definitivo delle disuguaglianze di genere: spiega, da sola, circa il 60% del divario occupazionale tra uomini e donne. I numeri dell’ultimo report delineano una realtà a due velocità:

  • La “Child Penalty”: la penalizzazione reddituale e di carriera associata alla maternità in Italia è stimata al 33%.
  • Pubblico vs Privato: il settore privato è quello che penalizza di più, con perdite salariali che arrivano al 30%, contro il 14% del settore pubblico, che offre maggiori garanzie.
  • L’effetto del numero di figli: mentre l’occupazione dei padri sale al crescere del numero di figli (fino al 92,8%), quella delle madri crolla drasticamente, arrivando al 58,8% per chi ha due o più figli minori.

Il caso critico della Generazione Z e il Sud

Particolarmente allarmante è la situazione delle madri under 30. Per la Generazione Z, la maternità appare spesso incompatibile con la permanenza nel mercato del lavoro: il 59,8% delle giovani madri è inattiva, a fronte di appena il 6,2% dei padri coetanei. A questo si aggiunge una frattura geografica profonda: nel Mezzogiorno, il tasso di occupazione delle madri con figli piccoli scende sotto il 50% (45,7%). Questa mancanza di opportunità spinge le giovani donne istruite a migrare verso il Nord o all’estero, creando un “vuoto demografico” che depaupera il Sud delle sue potenziali future madri e professioniste.

Per non parlare del cosiddetto “carico mentale” – ovvero l’attività cognitiva di pianificare, ricordare e coordinare la vita familiare – il quale grava sistematicamente sulle madri. I dati mostrano che le madri (sia che abbiano avuto il figlio prima o dopo i 35 anni) riportano livelli di carico manageriale e cognitivo molto più elevati rispetto ai partner. Questo lavoro invisibile impegna tempo ed energie mentali costanti, contribuendo a quel senso di esaurimento che spesso porta alla rinuncia professionale.

Verso una riforma sistemica

Per uscire da questo stallo, la ricerca di Oxford e le raccomandazioni di Save the Children convergono su punti chiari. Il primo è riprogettare le traiettorie, normalizzare cioè le carriere non lineari e riconsiderare i criteri di valutazione del successo; redistribuire la cura, potenziare i congedi di paternità non trasferibili e ben retribuiti, per evitare che la cura sia vista come un “rischio” esclusivamente femminile. E infine, raggiungere una copertura minima universale del 33% di posti nei nidi in ogni comune, riducendo le rette per le fasce più deboli.

In conclusione, la sfida non è “aiutare” le mamme a gestire meglio il loro tempo, ma smettere di organizzare il mondo del lavoro come se le madri lavoratrici non esistessero. Solo quando la cura sarà riconosciuta come un valore collettivo e non come un ostacolo individuale, potremo smettere di chiamare le donne “equilibriste”.

Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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