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La Corte Suprema blocca Trump sullo Ius soli: cosa significa per gli Usa e per il mondo

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha detto no a Donald Trump. Con una maggioranza di sei voti contro tre, i giudici hanno respinto il tentativo presidenziale di restringere lo Ius soli, confermando che i bambini nati negli Stati Uniti acquisiscono automaticamente la cittadinanza americana.

Nel giorno del ritorno alla Casa Bianca, il presidente aveva firmato (tra i tanti) un ordine esecutivo per negare questo diritto ai figli di genitori privi di status legale regolare o provvisti “solo” di un visto temporaneo.

La reazione del presidente non si è fatta attendere: “La Corte Suprema ha confermato lo Ius soli. È un male per il nostro Paese, ma possiamo facilmente rimediare con una legge approvata dal Congresso”, ha scritto Trump su Truth Social. Eppure, la sentenza emanata ieri è destinata a restare nella storia del suo secondo mandato, perché la revisione dello Ius soli è un pilastro della sua politica anti-immigrazione. Il tycoon ha ribadito la sua visione due settimane fa, quando, in volo verso il G7, ha scritto su Truth: “Se importi persone dai paesi del Terzo mondo, diventi rapidamente un paese del Terzo mondo — e non c’è nulla che tu possa fare per evitarlo”.

“Se importi il Terzo mondo, diventi il Terzo mondo”: l’immigrazione secondo Trump e le restrizioni in corso

Cosa voleva fare Trump

La tesi dell’amministrazione repubblicana è che l’interpretazione tradizionale del XIV Emendamento sia sbagliata: la cittadinanza, secondo Trump, non dovrebbe spettare a chi nasce sul suolo americano per quella che lui ha definito “presenza accidentale” dei genitori. Nel dibattito politico e giudiziario, la posizione presidenziale è stata presentata come difesa del confine e della sovranità nazionale, e come denuncia di un uso distorto del sistema.

Perché la Corte ha detto no

La questione è stata sollevata alla Corte Suprema da alcuni stati governati dai democratici — Washington, Arizona, Illinois e Oregon in prima fila — e da coalizioni di procuratori generali, subito dopo la firma del decreto. Per loro, l’ordine esecutivo violava il XIV Emendamento della Costituzione, che dal 1868 stabilisce che sono cittadini tutti coloro che nascono negli Stati Uniti e sono soggetti alla loro giurisdizione.

La Corte ha confermato questa lettura stabilendo che un presidente non può riscrivere il significato della cittadinanza con un ordine esecutivo: per farlo servirebbe un emendamento costituzionale, che richiede maggioranze parlamentari ben più ampie di quelle che l’amministrazione Trump è in grado di mobilitare.

Lo scontro, in altri termini, non riguarda solo l’immigrazione. Riguarda il rapporto tra potere presidenziale, testo costituzionale e identità nazionale.

Il presidente della Corte, John Roberts, ha definito priva di fondamento la lettura proposta da Washington: “La cittadinanza era, allora come oggi, il diritto ad avere diritti. Oggi manteniamo quella promessa”, scrive il giudice Roberts. Anche il giudice conservatore Brett Kavanaugh ha votato contro il decreto trumpiano, sostenendo che il provvedimento violi la legge federale sulla cittadinanza, senza tirare in ballo il XIV Emendamento.

Cos’è lo Ius soli e come funziona

Lo Ius soli è il principio per cui la cittadinanza viene assegnata in base al luogo di nascita, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. Un bambino nato sul suolo americano ottiene automaticamente la cittadinanza alla nascita, con eccezioni molto limitate (i figli di diplomatici stranieri, ad esempio, non rientrano nella norma).

Negli Stati Uniti, lo Ius soli è sancito dal XIV Emendamento, approvato nel 1868 nel contesto della Ricostruzione post-Guerra civile. Per la Casa Bianca, la ratio di questa norma era quella di garantire la cittadinanza agli ex schiavi e ai loro discendenti, ma la Corte ritiene che la finalità della norma sia molto più ampia.

La forza giuridica dello Ius soli americano sta proprio nell’essere costituzionalizzato e non regolato da una legge ordinaria modificabile da una maggioranza parlamentare.

Quanti Paesi riconoscono lo Ius soli

Lo Ius soli puro non è la norma nel mondo, ma nemmeno un’eccezione solo americana. Secondo i dati del Pew Research Center aggiornati al 2026, 32 Paesi riconoscono una forma di Ius soli automatico e generale. Tra questi figurano, oltre agli Stati Uniti, Canada, Argentina, Brasile, Messico, Uruguay, Venezuela e diverse nazioni caraibiche e centroamericane. Altri Stati prevedono una cittadinanza automatica ma condizionata alla residenza legale dei genitori, o alla nascita degli stessi nel Paese.

Come si evince dai Paesi elencati, lo Ius soli puro è diffuso soprattutto nel continente americano, con radici storiche legate alle ondate migratorie che hanno costruito quelle nazioni. In Europa e in Asia la norma è quasi ovunque basata sullo Ius sanguinis, per cui la cittadinanza viene trasmessa per discendenza, non per luogo di nascita.

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Il risvolto demografico della sentenza

La decisione della Corte Suprema ha conseguenze concrete e misurabili. Gli Stati Uniti sono tra i principali Paesi al mondo per concentrazione di popolazione immigrata, e una quota significativa dei nati sul territorio americano ogni anno ha genitori in situazione migratoria irregolare o temporanea.

Se l’ordine esecutivo di Trump fosse rimasto in vigore, avrebbe prodotto una nuova categoria di persone nate sul suolo americano ma prive di cittadinanza, un fenomeno che in altri contesti ha generato situazioni di apolidi di fatto, con effetti documentati sull’accesso all’istruzione, alla sanità, al mercato del lavoro e sulla coesione sociale.

Dal punto di vista demografico, lo Ius soli funziona anche come meccanismo di integrazione intergenerazionale: i figli di immigrati, indipendentemente dallo status dei genitori, crescono come cittadini a pieno titolo e si inseriscono nel sistema con diritti equivalenti a quelli di chi ha radici più profonde nel Paese. Rimuovere quel meccanismo avrebbe significato non solo cambiare chi è americano, ma cambiare il modo in cui l’America si riproduce come comunità politica.

La Corte Suprema ha stabilito che questa non è una decisione che un presidente può prendere da solo, con un ordine. Almeno per ora, il confine tra chi nasce americano e chi no resta dove il XIV Emendamento lo ha fissato centocinquant’anni fa.

Mondo

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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