La Turchia ha multato Netflix, Disney+, Prime Video e HBO Max e ordinato la rimozione di alcuni titoli dai rispettivi cataloghi. Il provvedimento è stato adottato dal Consiglio supremo della radio e televisione, il RTÜK, che ha contestato alle piattaforme contenuti ritenuti contrari alla morale pubblica, alla tutela dei minori e ai valori familiari. In alcuni casi il regolatore ha fatto esplicito riferimento alla rappresentazione positiva o alla “normalizzazione” delle relazioni omosessuali.
Le sanzioni non riguardano però tutte lo stesso tipo di contenuto. HBO Max è stata multata per il documentario “Bang My Box: The Robin Byrd Story”, che secondo il RTÜK mostrerebbe sessualità e pornografia in modo esplicito e presenterebbe le relazioni tra persone dello stesso sesso in una forma considerata legittimante. La piattaforma dovrà rimuovere il titolo e pagare una sanzione amministrativa pari al 3%.
Netflix è stata invece colpita per “Heartstopper: Sonsuza Dek”. Il film era classificato 18+ e accompagnato da avvertenze sui contenuti sessuali e sul linguaggio, ma il regolatore ha ritenuto che la rappresentazione delle relazioni Lgbtq+ fosse proposta in modo tale da incoraggiarne l’accettazione tra i più giovani e risultasse incompatibile con la struttura familiare e i valori morali turchi. Anche in questo caso è stata disposta la rimozione dal catalogo e una multa del 3%.
Per Prime Video e Disney+ le contestazioni sono differenti. Prime Video ha ricevuto una sanzione del 5% per “Spartacus: House of Ashur”, giudicata eccessivamente violenta e sessualmente esplicita, mentre Disney+ è stata multata del 5% per “A Teacher”, accusata di rappresentare in forma romanticizzata ed erotizzata una relazione abusiva tra un’insegnante adulta e uno studente minorenne. Entrambi i titoli dovranno essere rimossi.
La stretta sui contenuti Lgbtq+ non nasce oggi
Il provvedimento si inserisce in una linea già seguita dal regolatore turco negli ultimi anni. Nel 2023 il RTÜK aveva sanzionato Netflix, Disney+, Prime Video, Mubi, Bein Connect e BluTV per produzioni considerate incompatibili con i valori sociali e con la “struttura familiare turca”, con particolare riferimento alla presenza di relazioni omosessuali. Nel 2025 erano arrivate nuove multe e ordini di rimozione nei confronti di diverse piattaforme.
La continuità riguarda anche il linguaggio utilizzato dalle istituzioni. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha più volte descritto i movimenti Lgbtq+ come una minaccia alla famiglia e nel gennaio 2025, inaugurando l’“Anno della famiglia”, aveva collegato esplicitamente la difesa della struttura familiare tradizionale al contrasto delle politiche di neutralità di genere e alla protezione dei minori.
Nel 2026 questa impostazione è diventata ancora più ampia. Il governo ha proclamato il periodo 2026-2035 “Decennio della famiglia e della popolazione”, legando le politiche familiari alla necessità di contrastare il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione.
La crisi demografica turca
Il riferimento alla famiglia non è soltanto ideologico. La Turchia sta attraversando una trasformazione demografica profonda. Secondo TurkStat, l’istituto statistico nazionale, nel 2025 sono nati 895.374 bambini, contro i 940.273 del 2024 e i 963.075 del 2023. Nello stesso periodo il tasso di fecondità totale è sceso da 1,52 figli per donna nel 2023 a 1,49 nel 2024 e infine a 1,42 nel 2025, ben al di sotto del livello di sostituzione generazionale.
Anche i comportamenti familiari stanno cambiando. Nel 2025 i matrimoni sono scesi a 552.237, mentre i divorzi sono saliti a 193.793. L’età media al primo matrimonio ha raggiunto i 28,5 anni per gli uomini e i 26 per le donne.
È su questo terreno che Erdoğan ha costruito negli ultimi anni una parte crescente della propria agenda demografica. Prestiti agevolati per i giovani sposi, trasferimenti economici alle famiglie con figli, sostegni abitativi e servizi per l’infanzia vengono affiancati a un discorso politico che individua nella famiglia tradizionale uno degli strumenti per invertire il declino della natalità. Già nel 2025 il presidente aveva definito “allarmante” la riduzione della crescita demografica e aveva rilanciato il suo storico invito alle famiglie ad avere almeno tre figli.
Dalla natalità alla rappresentazione della famiglia
È proprio qui che le nuove sanzioni alle piattaforme di streaming acquistano una dimensione diversa. La politica demografica turca non si limita agli incentivi economici alla natalità, ma comprende una più ampia definizione pubblica di quale modello familiare debba essere tutelato e promosso.
Nel caso di “Heartstopper”, il RTÜK non contesta semplicemente la presenza di contenuti sessuali: sostiene che la rappresentazione positiva delle relazioni Lgbtq+ sia in contrasto con la struttura familiare turca e con la morale pubblica. La distinzione è rilevante perché sposta l’intervento del regolatore dalla tutela dei minori rispetto a contenuti espliciti alla valutazione del modello familiare rappresentato sullo schermo.
Le politiche adottate da Ankara sono oggetto di critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani. Human Rights Watch ha segnalato nel giugno 2026 nuove proposte legislative che, se approvate, potrebbero introdurre sanzioni penali per comportamenti o forme di espressione giudicati contrari al sesso biologico e alla morale pubblica, oltre a ulteriori restrizioni per le persone transgender.
La battaglia sui cataloghi delle piattaforme si inserisce quindi in un quadro in cui denatalità, politiche per la famiglia, tutela dei minori e diritti Lgbtq+ vengono sempre più spesso trattati dallo Stato turco come parti dello stesso dossier. Le multe a Netflix e HBO Max mostrano come questo approccio non riguardi soltanto leggi e incentivi economici, ma anche il modo in cui la famiglia può essere rappresentata nell’intrattenimento destinato al pubblico turco.
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