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Disabilità in Bridgerton, perché è un caso ben riuscito di inclusività?

Dimenticate i balli sfarzosi, i corsetti mozzafiato e i gossip di Lady Whistledown: la vera trasgressione della serie Netflix “Bridgerton” non abita negli intrighi amorosi, ma nel modo in cui il piccolo schermo ha iniziato a non spiegare più la disabilità. Mentre per secoli il racconto collettivo ha confinato i corpi ritenuti non conformi alla maggioranza in ruoli di sofferenza o eroismo forzato, oggi assistiamo a un cambio di paradigma radicale: la disabilità come parte integrante e ordinaria del paesaggio umano.

L’estetica del quotidiano oltre lo stigma

In una serie di successo globale come Bridgerton, la disabilità cessa di essere un evento narrativo, un ostacolo da superare, e diventa una sfumatura naturale della vita quotidiana. Alcuni degli esempi messi in scena sin dalle prime stagioni hanno tenuto conto di diverse forme, gradi e livelli di disabilità: dall’uso di una sedia a rotelle da parte di Lord Remington, interpretato dall’attore Zak Ford-Williams, il quale vive con una condizione di paralisi anche nella sua quotidianità, passando per la famiglia Stowell, che comunica con la lingua dei segni, senza che questo desti scalpore o richieda didascalie giustificative. Fino ad arrivare all’ultima stagione, con Hazel, la cameriera interpretata da Gracie McGonigal (attrice con un’anomalia congenita all’arto): il suo corpo è visibile, ma non è mai messo sotto la lente d’ingrandimento come fosse un problema da risolvere o un limite da superare. L’esempio più rilevante, però, è il personaggio di Lady Danbury, il cui bastone non è un simbolo di fragilità, ma convive con una figura di straordinaria autorità e potere, rompendo definitivamente il legame tra ausilio fisico e debolezza.

 

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Riscrivere la Storia

Queste scelte sono un vero e proprio atto politico e artistico che riscrive la Storia. La serie è ambientata, infatti, nell’Inghilterra di inizio Ottocento, la cosiddetta Regency Era, e si concentra in particolare sull’alta società londinese nei primi anni del XIX secolo, con la prima stagione che inizia nel 1813. In quel periodo le famiglie nobili nascondevano i familiari con disabilità per “preservare il decoro”. La produzione Shondaland, in collaborazione con Netflix, sceglie attivamente di non riprodurre quel trauma collettivo storico portando la normalizzazione della disabilità nella vita reale: mostrare la diversità funzionale in contesti popolari aiuta la società a percepire queste caratteristiche come naturali e non come eccezioni.

Il senso di appartenenza e quel “Ci siamo anche noi”

Per chi convive con una disabilità, questa scelta stilista non è passata inosservata. La nuotatrice paralimpica Arianna Talamona ha commentato la serie su Linkedin, spiegando che quando le capita di vedere un personaggio con disabilità nella serie sente sempre quella piccola scintilla di felicità dentro che le fa dire “Wow, ci siamo anche noi. E ci siamo non tanto per ma come personaggi che hanno un senso nella storia, che trovano il loro spazio. Bridgerton  – ha aggiunto – dimostra che la rappresentazione, fatta bene, è possibile e setta un benchmark che spero sarà sempre più replicato. Come dico sempre: si può fare, basta solo volerlo”.

A farle eco è Valentina Tomirotti, giornalista e attivista per i diritti delle persone con disabilità, la quale ha commentato la scelta di rappresentare la disabilità usando la strada della normalità scrivendo che in Bridgerton, “alcuni individui hanno osato fare ciò che raramente accade nei racconti più patinati: esistere senza dover essere spiegati. Nessun pietismo. Nessuna eroizzazione forzata. Solo una scelta che, per la nostra società, è la più audace di tutte: la normalità. Mentre molti restano distratti da sguardi intensi e promesse d’amore, la vera trasgressione sta altrove: in un mondo che finalmente concede spazio anche a chi, per secoli, è stato lasciato fuori dal racconto”.

Un casting davvero inclusivo

Il pilastro fondamentale di questa rivoluzione, però, non risiede solo nella rappresentazione della disabilità nella finzione di una serie romanzata, ma nello scegliere un casting davvero inclusivo e, cioè, scritturare attori che vivono realmente la disabilità dei loro personaggi. Questo approccio è da ancora più forza alla serie in quanto fornisce allo spettatore una coerenza totale tra l’esperienza vissuta e l’interpretazione scenica, eliminando ogni rischio di appropriazione culturale.

Gli attori, in altre parole, non recitano la disabilità, ma sono professionisti con caratteristiche specifiche che ricoprono ruoli comuni che non sarebbero richiesti necessariamente; perciò, trasformano la loro presenza in una prassi consolidata.

In definitiva, la vera sfida che queste produzioni pongono alla nostra società è accettare che la diversità sia una delle tante forme dell’imperfezione umana, in una società che cambia e che non sente più il bisogno di isolare o giustificare la differenza, rendendo finalmente la normalità la scelta più audace e rivoluzionaria di tutte.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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