Sanità pubblica, Italia ultima nel G7: il diritto alla cura diventa un privilegio da ricchi

Nel 2024, un italiano su dieci (circa 6 milioni di persone) ha rinunciato a una visita specialistica o a un esame diagnostico per motivi economici o a causa dell liste d’attesa troppo lunghe. Dietro questo numero si cela una situazione ormai endemica nel modello sociale italiano: la salute, diritto costituzionale garantito dall’articolo 32, sta progressivamente diventando una variabile dipendente dal reddito e dal luogo di residenza. I dati più recenti della Fondazione Gimbe, elaborati sul database Oecd Health Statistics, certificano che nel 2025 la situazione non è migliorata.

Un Paese che invecchia e spende sempre meno per curarsi

Nel 2025 l’Italia si colloca al 15° posto su 27 Paesi europei dell’area Ocse per spesa sanitaria pubblica pro-capite e all’ultimo posto tra gli Stati membri del G7.

La spesa pubblica per la sanità si ferma al 6,2% del Pil, in calo rispetto al 6,3% del 2024, contro una media Ocse ed europea che si attesta al 7,1%. In termini assoluti, l’Italia spende 3.952 dollari pro-capite, ben 1.013 dollari in meno della media dei Paesi europei (4.965 dollari) e 909 dollari in meno della media Ocse (4.861 dollari).

Questo dato assume un significato demografico particolarmente allarmante se si considera che l’Italia è tra i Paesi europei con il più alto indice di invecchiamento della popolazione: una società che vive più a lungo richiede necessariamente più risorse sanitarie destinate a cronicità, non autosufficienza e prevenzione, non meno. Invece, come sottolinea Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, “il sottofinanziamento pubblico della sanità non è più una questione contabile per addetti ai lavori, ma una criticità strutturale che ha indebolito il Servizio Sanitario Nazionale e compromesso l’esigibilità di un diritto fondamentale”.

Il divario storico: da un gap contenuto a un abisso da 36 miliardi

Il trend è tutt’altro che recente. Fino al 2011 la spesa sanitaria pubblica pro-capite italiana era sostanzialmente allineata alla media europea. Da allora il divario si è ampliato progressivamente, raggiungendo i 424 dollari pro-capite nel 2019, per poi crescere ulteriormente durante la pandemia, quando gli altri Paesi hanno investito molto più dell’Italia, e ancora nel biennio 2023-2024, quando l’incremento italiano è stato inferiore a quello medio europeo. Nel 2025 il divario ha raggiunto i 1.013 dollari per abitante, corrispondenti a 612,4 euro pro-capite: rapportato ai quasi 59 milioni di residenti censiti dall’Istat al 1° gennaio 2026, il gap complessivo sfiora i 36,1 miliardi di euro.

“È questa la voragine scavata da 15 anni di progressiva erosione delle risorse pubbliche, protratta sotto Governi di ogni colore”, spiega Cartabellotta, “che ha lasciato il Ssn sempre più a corto di ossigeno rispetto al resto d’Europa, soprattutto dopo la pandemia”. Nel panorama europeo, l’Italia si trova ormai stabilmente nelle retrovie: davanti al nostro Paese ci sono anche Repubblica Ceca, Slovenia, Polonia e Spagna, mentre solo alcuni Paesi dell’Europa orientale e meridionale restano indietro.

Il paradosso del G7, il modello Beveridge e il caso del Regno Unito

Il confronto con i partner del G7 restituisce un quadro ancora più severo. L’Italia è sempre stata il fanalino di coda del gruppo, ma quello che nel 2008 era un distacco contenuto si è oggi trasformato in un abisso: nel 2025 la spesa pro-capite italiana è meno della metà di quella tedesca (8.726 dollari). Particolarmente significativo il caso del Regno Unito, che condivide con l’Italia lo stesso modello di finanziamento sanitario basato sulla fiscalità generale (il cosiddetto modello Beveridge): partito nel 2008 poco sopra il livello italiano, Londra ha aumentato in modo consistente le risorse pubbliche dal 2020 in avanti, superando Canada e Giappone e collocandosi oggi poco sotto la Francia.

Una dimostrazione che la scelta di investire o non investire in sanità pubblica è, in ultima analisi, una decisione politica, non un vincolo strutturale del modello di welfare.

Le conseguenze sociali: liste d’attesa e migrazione sanitaria interna

Il definanziamento cronico produce effetti concreti e misurabili sulla vita delle persone, e colpisce in modo diseguale il territorio e i diversi gruppi sociali. Cartabellotta elenca con precisione le conseguenze: “liste d’attesa fuori controllo, pronto soccorso al collasso, carenza di medici di famiglia, disuguaglianze territoriali e sociali sempre più marcate e crescente ricorso alla spesa privata”.

Il risultato è un fenomeno di impoverimento e indebitamento delle famiglie che si traduce, nei casi più gravi, nella rinuncia alle cure: un salto indietro rispetto al principio universalistico su cui è stato costruito il Servizio Sanitario Nazionale nel 1978.

Questa dinamica alimenta anche fenomeni demografici collaterali ben documentati, come la mobilità sanitaria interregionale: chi può permetterselo si sposta verso le regioni o le strutture private con tempi di attesa più brevi, ampliando ulteriormente il divario tra chi ha risorse economiche e chi non le ha, e tra territori più o meno dotati di offerta sanitaria pubblica adeguata. Per gli anziani, il “turismo sanitario” è diventato la prima causa di migrazione interna, come certificato dall’ultimo rapporto Svimez.

L’allarme arriva anche da Bruxelles

A rendere la questione ancora più urgente sono le recenti valutazioni convergenti di Ocse, Commissione europea e Oms Europa: il Ssn continua a garantire buoni esiti di salute, con un’elevata aspettativa di vita e una bassa mortalità evitabile, ma si sta progressivamente deteriorando la sua capacità di erogare prestazioni tempestive, eque e accessibili, soprattutto per le fasce socio-economiche più fragili. “Nel Country Report 2026 della Commissione europea, per la prima volta, le criticità del Ssn non vengono più lette solo come un problema di tutela della salute, ma vengono esplicitamente collegate anche all’equità sociale e alla produttività del Paese”, ricorda Cartabellotta. Non a caso, lo scorso 10 luglio il Consiglio dell’Unione europea ha adottato una raccomandazione formale affinché l’Italia garantisca un accesso più tempestivo a cure economicamente accessibili e affronti le carenze di personale nelle professioni sanitarie chiave.

Il nodo del Pnrr: Case della Comunità ancora senza rendicontazione

In questo contesto resta aperta una questione cruciale per il futuro dell’assistenza territoriale: al 1° settembre 2026, due mesi dopo la scadenza del 30 giugno, non risulta ancora disponibile una rendicontazione pubblica documentata sulla piena operatività di almeno 1.038 Case della Comunità e 307 Ospedali di Comunità finanziati dal Pnrr.

Lo stesso Ministero della Salute ha precisato che sono ancora in corso le verifiche necessarie. Il rischio, denunciato più volte da Gimbe, è che queste nuove strutture restino “scatole vuote”: edifici realizzati e target formalmente centrati, ma incapaci di garantire quella presa in carico territoriale della popolazione anziana e cronica per cui il Paese si è indebitato.

Una scelta, non un destino già scritto

Per Cartabellotta, la strada da seguire è chiara: “Serve un patto tra tutte le forze politiche che, al riparo dagli avvicendamenti di Governo, fissi un impegno non negoziabile: rifinanziare progressivamente la sanità pubblica e accompagnare le risorse con riforme strutturali del Ssn”.

Il rischio è una progressiva trasformazione del sistema sanitario italiano da universalistico a selettivo, dove, come chiosa il presidente della Fondazione Gimbe, “chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia alle cure”. Non più un diritto di tutti, ma un privilegio di alcuni.

Senza un deciso cambio di rotta, uno dei pilastri sociali su cui si è fondata la Repubblica italiana continuerebbe a essere eroso.

Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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