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Dazi dagli Usa, preoccupati anche i sindacati: “Il rischio è che paghino i lavoratori”

FIRENZE – Dazi dagli Usa, preoccupati anche i sindacati per le possibili ricadute occupazionali. 

“L’agroalimentare è un settore strategico per la regione Toscana – dice il segretario generale della Flai Cgil, Mirko Borselli – Ha oltre 1 miliardo di euro di export made in Tuscany, di cui oltre il 90 per cento composto da vino ed olio, prodotti che al pari degli altri settori merceologici verranno gravemente colpiti dai dazi Usa. In Toscana il settore conta 80mila tra lavoratrici e lavoratori (il 5% dell’occupazione subordinata della nostra regione), di cui 58mila in agricoltura e 22mila nell’industria alimentare, e questa guerra commerciale lanciata da Trump colpirà sia le aziende e sia chi lavora (con un forte rischio di riduzione dell’occupazione), perché tocca sempre alle lavoratrici e ai lavoratori a pagare sulla propria pelle il prezzo più

“Chiediamo alle istituzioni – dice – di muoversi rapidamente attraverso interventi capaci di tutelare il settore del Made in Tuscany agroalimentare che è un fiore all’occhiello che tutto il mondo ci invidia. Nel settore primario mancano ammortizzatori sociali e strumenti ordinari per far fronte a questo tsunami che si sta abbattendo sul settore, infatti ci sono oltre 50mila lavoratori a tempo determinato in agricoltura che sono esposti a una condizione di precarietà su cui è necessario intervenire immediatamente. Per questo le istituzioni devono rapidamente definire ammortizzatori sociali per difendersi da questa ondata che rischia di travolgerci e di avere un prezzo sociale altissimo”.

Così Daniele Calosi, segretario generale Fiom Cgil Toscana: “Anche le guerre commerciali purtroppo generano morti e feriti, non è pensabile che in una crisi di questa portata le istituzioni stiano ferme. Ci si difende non con altri dazi ma tutelando l’occupazione di chi lavora: non possiamo rischiare una ondata di licenziamenti, da parte di chi governa serve subito uno stop ai licenziamenti come fu fatto al tempo del Covid, per i settori più colpiti dai dazi come l’automotive, che in Toscana conta circa 7mila addetti, e come gli accessori moda, che ne contano circa 5mila. Oltre a ciò, le imprese devono mettere in campo investimenti e rinnovare i contratti: solo questa può essere la strada per sopravvivere e rilanciarsi”.

Le posizioni di Confartigianato e Cia

“Già da oggi in fumo diverse migliaia di euro”. Sono i primi effetti della tempesta di dazi che si abbatte prima sulle imprese piccole e medie vocate all’export come la Fornace Masini, che produce il celebre cotto fiorentino. “I dazi al 20% – spiega Costanza della storica Fornace Masini di Impruneta – pesano molto e, per noi, il mercato statunitense da solo vale circa il 30%”.

“Siamo preoccupati – confessa Masini, presidente di Donne Impresa Confartigianato – anche se con una produzione di nicchia come la nostra, apprezzata per qualità e pregio, possiamo mantenere quote di mercato”. Ma i problemi restano e a pagarne il conto sono i più piccoli, almeno per ora. Primo mercato per 43 prodotti Made in Italy, gli Usa – si apprende da un report di Confartigianato – sono stati negli ultimi anni un mercato di riferimento anche per le micro e piccole imprese, in particolar modo alimentari, moda, legno, metalli, per un valore di circa 17,9 miliardi; la Toscana, inoltre, è al terzo posto in Italia per esportazioni verso gli Stati Uniti.

“La mossa dell’attuale amministrazione Usa – spiega Serena Vavolo, presidente di Confartigianato Imprese Firenze – segna un giro di boa nell’economia mondiale. Bisogna fin da subito adottare provvedimenti protettivi verso le nostre pmi artigiane. Di fronte a un’offensiva di dazi così concentrata e così forte, che avrà effetti a caduta su tutto il circuito mondiale – il sismografo delle borse registra i primi contraccolpi -, dovremo saperci costruire nuovi mercati e nuovi sbocchi per prodotti artigiani di valore“.

“La nostra proposta – prosegue Vavolo -, che rivolgiamo anche alle istituzioni cittadine, è quella di attivare un tavolo per l’export e per la difesa delle pmi così da coordinare una risposta adeguata”.

“Occorre una risposta ferma e decisa dell’Ue per aprire una trattativa e scongiurare una guerra commerciale. Il settore agroalimentare versa già in condizioni difficilissime, non possiamo permetterci di arretrare danneggiando ulteriormente il reddito, già esiguo, dei nostri produttori”.  È con queste parole che la presidente Cia Etruria Cinzia Pagni commenta la notizia attesa da giorni e arrivata nelle ultime ore, relativa alla tassa imposta da Trump sui prodotti importati dall’estero, tra cui l’Italia. Anche Cia ricorda che il mercato statunitense ha rappresentato nel 2024 il secondo sbocco commerciale agroalimentari made in Italy in particolare per prodotti come il vino (25% pari cioè a 1,9 miliardi di euro) seguito da prodotti da forno e farinacei e olio di oliva al 12% (971 milioni euro). Sempre lo scorso anno la prima regione italiana che ha esportato valore agroalimentare verso gli Usa è stata la Lombardia con oltre un miliardo di euro seguita dalla Toscana che ha spedito in America circa il 14 per cento del totale nazionale, anche in questo caso superando il miliardo di euro.

La nostra regione si è guadagnata la medaglia d’argento anche per quanto concerne il valore delle esportazioni agroalimentari territoriali (27%) seconda solo alla Sardegna (48%). Comprensibilmente preoccupato Stefano Billi, produttore di vino dell’azienda agricola Le Fornacelle a Bolgheri. “Esportiamo molto in Europa ma anche nel resto del mondo compreso gli Usa – dice – credo che questa edizione del Vinitaly cui sarò presente con il mio stand servirà da termometro per capire gli effettivi impatti dei dazi su prodotti made in Italy. Alla fine si parla del 20 per cento che non è certo trascurabile specie per la fascia media della popolazione, diversamente chi è stato finora disponibile a spendere di più pur di garantire la qualità sulla propria tavola, probabilmente continuerà a farlo. Chiaramente verranno penalizzati gli operatori americani ma indirettamente rischiamo anche noi perché potremmo ricevere meno richieste o su quantitativi inferiori. Mi ritengo moderatamente preoccupato perché sebbene consapevole di vivere e lavorare in una zona tra le più rinomate per il settore vinicolo resta da capire il reale effetto dazi, anche perché le bottiglie destinate al mercato americano dovranno essere eventualmente ricollocate altrove. Cosa che in questo momento storico non è affatto semplice”.

 

REDAZIONE

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