Cortei, Follini: “Politica parla solo attraverso eccessi”

(Adnkronos) – ““Vergognoso” vorrebbe essere un giudizio definitivo, senza scampo. Una condanna morale e non solo un’obiezione politica. E’ la parola a cui ha fatto ricorso Giorgia Meloni nei giorni scorsi per condannare la decisione del gip di annullare il provvedimento di arresto di Youssef Siher richiesto dalla Procura milanese. A seguire, i commenti incrociati che si possono facilmente immaginare. E altrettanto facilmente archiviare -da una parte e forse anche dall’altra. 

Le parole di Meloni non meriterebbero l’indulgenza della dimenticanza. Tanto più venendo dalla parte di un governo che non ha mai neppure tentato una sorta di interlocuzione con il fronte della protesta. Come se un abisso dovesse separare una volta per tutte gli opposti eserciti schierati in campo. Ma se invece quelle parole sembrano quasi evaporate a distanza di appena una manciata di ore è evidente che esiste un problema più ampio, che riguarda l’intero spettro politico. 

La cosa curiosa infatti sta nel fatto che questo genere di polemiche, per quanto sulle prime vivacissime, si spengono quasi sempre di lì a poco nella disattenzione generale. E anche questo, però, dovrebbe essere un dato su cui riflettere. Poiché sono polemiche il più delle volte prive di memoria. Fuochi che si accendono e si spengono quasi a comando. Di cui l’indomani resta solo un poco di cenere. In attesa che il calendario degli eventi aggiunga un altro po’ di legna che possa magari alimentare il fuoco della nostra pubblica controversia. 

Il fatto è che ormai la politica parla solo attraverso i suoi eccessi. E poi però vi si perde. Non trova più misura nel dire le cose. Così finisce per pronunciarsi quasi sempre sul filo dell’indignazione. Cosa che vorrebbe evocare la passione civile. E che finisce invece per scivolare assai presto in una sorta di ritualità. Polemica, stentorea, indignata, esagerata. Ma pur sempre rituale. Un batti e ribatti che perde di incisività mano a mano che si ripete dai lati opposti della nostra barricata civile. 

E’ vano rimpiangere la statura dei leader d’una volta, quelli che erano capaci di prendere per mano i loro militanti e i loro elettori, guidandoli verso approdi più costruttivi. Ma anche tenendo conto delle enormi differenze rispetto a quei tempi, ci possiamo quasi consolare col fatto che la gran parte dei protagonisti della nostra attualità non si può dire che in fondo al loro animo siano dei pericolosi incendiari -come pure vorrebbero alle volte sembrare. E allora però proprio per questo dovrebbero magari fare appello a quel tanto di senso della realtà che alberga in loro. Sapendo bene che i primi a non prendere troppo sul serio i propri bollenti spiriti il più delle volte sono proprio loro stessi. 

Invece sembra sempre che il furore delle parole serva a compensare la (fortunosa) pochezza del loro esito. 

C’è qualcosa di stucchevole in questo modo di argomentare. Si dirà che è quasi altrettanto stucchevole l’appello alle buone maniere. Ma qui non si vorrebbe evocare un galateo d’altri tempi -ormai fuori dai nostri canoni politici. Più semplicemente, si vorrebbe segnalare che questa attitudine all’esagerazione sortisce infine l’effetto paradossale di rendere inutili proprio quelle parole d’ordine con cui si commentano le decisioni, si sospettano le manovre, si cerca di dare lustro a se stessi. Infatti, esiste ormai un rapporto quasi direttamente proporzionale tra l’assertività con cui si esprime un pensiero e la disattenzione con cui viene ascoltato. 

L’opposizione, si dirà, spesso non è da meno. E perfino le forze sociali e gli ambienti professionali hanno finito per fare proprio questo modo di parlare e di “parlarsi”. E’ il sospetto, per l’appunto, che dà vita al pensiero. Ed è la perentorietà che vorrebbe infondere valore agli argomenti. 

Peccato che all’indomani di tutto questo avviene poi che siano sempre meno gli elettori che vanno a votare, e sempre meno le persone che scelgono di dedicare anche solo un frammento della propria vita all’impegno pubblico. 

La via d’uscita non è il ripristino del vecchio galateo, è ovvio. Semmai è (o dovrebbe essere) la consapevolezza che in fondo alla strada che abbiamo imboccato c’è una drammatica crisi delle vocazioni. E che appare vana l’idea che si possa risalire questa china dando fuoco alle polveri delle troppe divisioni che tracciamo tra di noi. Il fatto è che noi ci stiamo avviluppando in diatribe che suonano sempre meno vere di come le raccontiamo. Così che la contesa finisce per assumere un tratto di ovvietà a cui non pone rimedio lo scandalo che ne facciamo -e rinfacciamo- a vicenda. 

E’proprio questo modo di argomentare che alla fine divora se stesso. Lasciando un vuoto laddove ci illudiamo di ascoltare l’eco dell’approvazione dei nostri cari”. (di Marco Follini) 

 

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