Passeggiando in un parco potrebbe essere più probabile trovare nel passeggino un cane piuttosto che un bambino. Infatti, il 55% dei giovani appartenenti a Gen Z e Millennial predilige l’idea di costruire la propria vita attorno agli animali domestici anziché ad avere figli, come rilevato dal report “The State of Pets 2026”, condotto da The Harris Poll su un campione rappresentativo di oltre duemila adulti americani. Il dato riflette una profonda trasformazione del nucleo familiare, avvalorata dal fatto che l’83% dei proprietari considera ormai i propri compagni a quattro zampe come veri e propri figli e il 40% degli adulti statunitensi dichiara che, di fronte a una scelta drastica per il futuro, preferirebbe accogliere un animale domestico rispetto a un bambino. Ma cosa si cela dietro questo fenomeno? Quali sono i costi economici sostenuti dai giovani “pet parent”? E quali rischi comporta per il benessere dell’animale e dell’uomo il trattare un pet come un figlio vero e proprio?
Dietro il fenomeno: le ragioni psicologiche e la forza del legame affettivo
Dietro il fenomeno si nascondono degli aspetti psicologici e sociologici di non poco conto, legati sia all’evoluzione dello stile di vita moderno sia alla ricercata semplicità di gestione della sfera affettiva. Tra le motivazioni principali evidenziate dai giovani che preferiscono un animale a un bambino figura al primo posto la sensazione di non trovarsi nella fase di vita adatta per farsi carico di un figlio umano, indicata dal 45% degli intervistati. A questa ragione si affianca la convinzione che un animale sia più facile da accudire rispetto a un bambino (35%) e che comporti un impatto finanziario complessivamente inferiore rispetto alla genitorialità tradizionale (32%).
L’attaccamento emotivo verso i pet ha raggiunto livelli tali per cui l’86% dei proprietari ritiene che persino l’intelligenza artificiale non potrà mai sostituire il legame affettivo con un animale reale. Inoltre, per il 78% degli intervistati, il fatto che un potenziale partner non tratti gli animali come membri della famiglia rappresenta un reale motivo di rottura nelle relazioni personali.
I costi in aumento: tra sacrifici personali e uscite per beni di lusso
I costi per il loro accudimento però sono in costante aumento e la gestione finanziaria di un pet si sta trasformando in una sfida complessa per le nuove generazioni. Oltre la metà dei proprietari di Gen Z e Millennial (54%) esprime forte preoccupazione per l’aumento del costo della vita e per la propria capacità futura di garantire all’animale la migliore qualità di vita possibile. Per sostenere queste spese senza rinunciare al benessere dei propri amici pelosi, i giovani fanno pesanti sacrifici personali: il 61% cucina di più in casa riducendo il cibo da asporto, il 46% passa a marche alimentari più economiche per sé stesso e il 45% rinuncia ad acquisti per il proprio comfort.
Il peso finanziario spinge il 37% a cercare lavori extra o lavoretti secondari e il 29% a indebitarsi pur di coprire le spese degli animali. Ciononostante, i proprietari non rinunciano a spese di lusso per i propri pet: il 49% ha progettato uno spazio della casa su misura per l’animale, il 41% organizza feste di compleanno dedicate, il 33% acquista passeggini o trasportini e il 30% compra abiti firmati. Questa forte centralità economica sta alimentando anche precise richieste politiche: il 68% dei proprietari chiede che lo Stato introduca detrazioni fiscali su cibo e cure veterinarie analoghe a quelle per i figli a carico, mentre il 69% si dice pronto ad adottare legalmente il proprio animale come dipendente a carico.
I rischi per l’animale e per l’uomo
I rischi per l’animale e per l’uomo derivanti dal trattare un pet come un bambino vero e proprio sono molteplici e toccano sia la salute psicofisica della specie sia la sicurezza sanitaria. Come ha spiegato il veterinario Vittorio Saettone, Head of R&D&QA di Schesir, il rischio del pet parenting non è amare troppo il proprio animale, ma amarlo nel modo sbagliato, proiettando su di esso esigenze tipiche di un bambino senza rispettarne il linguaggio corporeo, i tempi di socializzazione e le reali necessità nutrizionali.
A confermarlo è uno studio che risale al 2021 condotto dall’Università di Pisa in collaborazione con la Universidad Nacional Autónoma de México e la Universidad Autónoma Metropolitana, pubblicato sulla rivista scientifica Animals. Gli studiosi hanno evidenziato come l’eccessiva umanizzazione induca a fraintendere i segnali etologici dei cani: ad esempio, posture timorose o sottomesse dopo un’assenza del padrone vengono scambiate per “senso di colpa” o dispetto, mentre sono soltanto risposte difensive all’atteggiamento aggressivo dell’uomo, generando nell’animale ansia cronica e disturbi da separazione.
Inoltre, la pratica di trasportare i cani in passeggino o in braccio e di impedire la naturale esplorazione e la socializzazione con i propri simili limita lo sviluppo cognitivo ed emotivo dell’animale, privandolo delle capacità di adattamento agli stimoli esterni e innescando stati di frustrazione e panico. Sul piano fisico e della razza, la selezione genetica mossa dalla ricerca di tratti infantili (occhi grandi e musi schiacciati) ha provocato la sindrome ostruttiva respiratoria nelle razze brachicefale, compromettendo la termoregolazione e la respirazione dell’animale. Anche l’alimentazione sbilanciata con cibi umani, dolci o snack inappropriati causa grave malnutrizione, obesità e patologie scheletriche nei carnivori.
Infine, sussistono rischi sanitari per l’uomo stesso: usanze come farsi leccare il viso o condividere sistematicamente il letto con l’animale aumentano drasticamente la trasmissione di patogeni e infezioni zoonotiche. Rispettare l’animale significa dunque riconoscerne la natura biologica senza sostituire i suoi bisogni di specie con le aspettative umane.
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