Niente social fino ai 13 anni e mini-profili fino ai 15: dal Soteu 2026, von der Leyen annuncia l’Eu Kids Act

L’Ue è pronta alla svolta sui social media: durante il discorso sullo Stato dell’Unione (Soteu 2026), la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha annunciato il nuovo piano di Bruxelles per arginare un fenomeno che sta “rubando” l’infanzia dei giovani europei:

  • niente social media prima dei 13 anni;
  • dai 13 ai 15 soltanto “mini-profili” creati e controllati dai genitori, con funzioni limitate e attivi per non più di un’ora al giorno;
  • tra i 15 e i 18 anni accesso consentito, ma esclusivamente a piattaforme progettate per essere sicure.

La proposta legislativa, denominata Eu Kids Act, sarà presentata dalla Commissione europea domani, giovedì 17 settembre.

Davanti agli europarlamentari, von der Leyen ha riassunto il principio con una formula chiara: “Ogni età ha le sue sensibilità specifiche”. A cambiare saranno il tipo di account, le funzioni disponibili, la supervisione degli adulti e le responsabilità delle piattaforme, su cui ricadrà l’onere della prova.

Come funzioneranno i nuovi limiti dell’Eu Kids Act

Il modello annunciato da Vdl accoglie il concetto di accesso graduale, suggerito dal gruppo di esperti istituito dalla Commissione. Come visto su Eurofocus, l’obiettivo di Bruxelles è evitare che un bambino entri nello stesso ambiente digitale degli adulti, mettendo a rischio la propria salute mentale e la propria privacy.

Affinché le soglie di età vengano rispettate, le piattaforme dovranno implementare sistemi credibili per verificare l’età degli utenti. Il gruppo europeo sulla sicurezza online dei minori ha raccomandato strumenti capaci di confermare il superamento di una determinata soglia senza comunicare alle piattaforme più dati personali del necessario.

Per rivedere la diretta integrale del Soteu 2026, clicca qui.

L’onere della prova passa alle piattaforme

Il passaggio più rilevante dell’annuncio riguarda la responsabilità delle aziende tecnologiche. Finora la protezione dei minori è stata affidata in larga parte alle impostazioni scelte dall’utente, alle dichiarazioni sull’età e alla capacità dei genitori di controllare servizi progettati e aggiornati dalle Big Tech. La Commissione vuole invertire questa logica.

Se ora tocca ai genitori dimostrare il nesso di causalità tra social media e danni subiti dai minori, in base alla nuova legge saranno le piattaforme a dover dimostrare che i propri prodotti sono sicuri per bambini e adolescenti. “La questione non è l’accesso dei minori europei ai social media, ma quando e come permettere ai social media di accedere ai minori”, ha affermato von der Leyen.

Con l’inversione dell’onere della prova, le società che sviluppano le piattaforme dovranno valutare preventivamente i rischi e provare che il servizio, l’algoritmo e le impostazioni offerte agli utenti minorenni rispettano requisiti adeguati alla loro età. La presidente della Commissione Ue ha contestato anche l’idea che il potere delle Big Tech sia troppo grande per essere regolato. “Siamo noi a stabilire le regole, non le grandi aziende tecnologiche”, ha dichiarato von der Leyen incassando il convinto plauso dell’emiciclo.

Stop alle funzioni che creano dipendenza

La stretta europea non riguarda soltanto l’età dichiarata al momento dell’iscrizione, ma interviene sul modo in cui i social catturano e trattengono l’attenzione. Nel discorso, la presidente ha parlato di feed e algoritmi concepiti per spingere bambini e adolescenti a scorrere senza interruzione, sottraendo tempo alla vita quotidiana e alle relazioni.

Von der Leyen ha definito il fenomeno una “colossale cattura” dell’attenzione, della concentrazione e della mente dei minori, ricordando che i giovani europei trascorrono tra le quattro e le sei ore al giorno davanti agli schermi.

Per von der Leyen, madre di sette figli, bambini e adolescenti hanno bisogno di ritrovare il tempo per costruire la propria identità, stare con gli altri e affrontare emozioni e scelte della vita reale. Hanno bisogno anche di annoiarsi, perché è nello spazio non riempito automaticamente da uno schermo che “possono usare l’immaginazione, parlare, confrontarsi, formarsi un’opinione e cambiarla”.

La presidente ha richiamato l’attenzione anche sull’uso dell’intelligenza artificiale per trasformare fotografie reali di ragazze in immagini sessualizzate. La protezione dovrà quindi comprendere sia il design delle piattaforme sia gli strumenti che permettono di manipolare e diffondere contenuti riguardanti i minori.

Il precedente australiano

Prima di definire il piano, la Commissione ha convocato un gruppo speciale di esperti, ascoltato i giovani e studiato le misure adottate fuori dall’Unione. Von der Leyen ha citato esplicitamente l’Australia, primo Paese ad avere reso operativo un divieto dei social media per gli under 16.

Dal dicembre 2025, la normativa australiana impone alle piattaforme di adottare misure ragionevoli per impedire ai minori di 16 anni di possedere un account. La responsabilità del controllo ricade sulle aziende e non sui ragazzi o sui genitori, con sanzioni fino a 50 milioni di dollari australiani.

L’Unione europea ha scelto un’impostazione parzialmente diversa. Non propone un’unica soglia valida per tutte le fasi della minore età, ma una progressione: esclusione dei più piccoli, accesso sorvegliato nella prima adolescenza e maggiore autonomia successivamente, accompagnata da obblighi di sicurezza fino ai 18 anni.

La morte di Oléa in Belgio

Von der Leyen ha aperto la sezione relativa ai social media, partendo da una storia drammatica: quella di Oléa Orban, la ragazza di 14 anni di Flémalle, in Belgio, morta suicida a metà agosto, vittima del cyberbullismo.

La presidente ha spiegato di avere esitato prima di citare la vicenda, ma di aver scelto di farlo dopo le parole pronunciate dalla madre, Laura Baumans. Per rispettarne il messaggio, von der Leyen ha ripetuto in francese la frase con cui la donna ha collegato la morte della figlia alla presenza pervasiva dei social: “Sono convinta che, senza questi social media onnipresenti, mia figlia sarebbe ancora qui”.

Secondo la testimonianza della madre, Oléa non aveva manifestato apertamente il proprio disagio e non aveva raccontato le molestie subite. Per storie come questa, Bruxellespunta a invertire l’onere della prova, consapevole che non tutti i genitori hanno i mezzi per cogliere tempestivamente i danni generati dai social media ai propri figli.

Dopo l’Eu Kids Act, il Digital Fairness Act

Von der Leyen ha riconosciuto che le funzioni costruite per creare dipendenza possono danneggiare anche gli adulti. Per questo la Commissione presenterà in autunno anche un Digital Fairness Act, destinato a introdurre un quadro più ampio per la tutela degli utenti digitali.

L’Eu Kids Act dovrà invece trasformare gli annunci in norme applicabili: definire quali servizi saranno coinvolti, come verificare l’età, quali funzioni vietare, quali poteri attribuire alle autorità e quali sanzioni utilizzare. Il testo, che dovrà essere discusso e approvato da Consiglio e Parlamento europeo, stabilirà come bilanciare la supervisione genitoriale con la privacy e l’autonomia degli adolescenti.

Intanto, la posizione dell’Unione europea è perentoria: la protezione dei minori non può dipendere soltanto dall’attenzione dei genitori né dalle regole scelte delle big tech. Con soglie comuni, profili differenziati e l’inversione dell’onere della prova, saranno le piattaforme a doversi adattare ai bambini. E non il contrario.

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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