Fare sport dopo i 40 anni: dalla “Sindrome di Highlander” all’equivoco della memoria

Se stai pensando di iscriverti in palestra o hai iniziato da poco, dovresti tener a mente alcune accortezze. Perché con l’avanzare dell’età, spesso ci si ritrova a voler svolgere delle mansioni senza tener conto che il proprio corpo, fuori allenamento, potrebbe risentirne più del dovuto. A sottolinearlo è un gruppo di esperti della piattaforma iDoctors, i quali hanno rilevato che l’autunno e l’inizio del nuovo anno sono i due periodi per eccellenza dedicati ai “buoni propositi”, con un incremento del +200% delle richieste di appuntamento nel campo della medicina dello sport. Il 28% delle prenotazioni vede protagonisti proprio gli over 40, ai quali i dottori chiedono di avere un “approccio ancor più prudente, graduale e controllato”.

Per rispondere ai dubbi più frequenti tra chi decide di continuare o iniziare a praticare un’attività sportiva, dopo quella che viene definita un’età di soglia, in cui cresce l’attenzione ai fattori di rischio, iDoctors ha raccolto il punto di vista del dottor Giovanni Liberatori, medico dello Sport, del dottor Mario Baldi, cardiologo e del dottor Ugo Del Prete, fisiatra. Ecco cos’è emerso.

La “Sindrome di Highlander”

Uno dei rischi maggiori, secondo gli esperti, è la cosiddetta “Sindrome di Highlander”. Decidere di ricominciare l’attività fisica può innescare psicologicamente un entusiasmo che se non controllato potrebbe portare a compiere scelte sbagliate, come saltare il riscaldamento dinamico, trascurare i tempi di recupero, allenarsi solo con pesi o, peggio, solo nel fine settimana. L’insieme di questi mancati accorgimenti porta a un aumento dell’insorgenza di lesioni muscolo-tendinee.

Come ha spiegato il dottor Giovanni Liberatori, l’atteggiamento manifestato è quello legato a una sopravvalutazione delle proprie reali capacità motorie. La condizione fisica va ricostruita. “Ricordare come si pratica uno sport non significa avere ancora la preparazione per sostenerlo”, ha sottolineato il dottor Ugo Del Prete. “Bruciare le tappe può provocare sovraccarichi e infortuni, costringendo a interrompere proprio quell’attività che si era scelto di riprendere per stare meglio”.

Avere più di quarant’anni non è quindi una controindicazione alla pratica sportiva ma rende opportuna una maggiore attenzione e una valutazione medica approfondita. “Suggerirei tre passaggi: valutare da dove si parte, prepararsi e procedere con gradualità. Il programma deve tenere conto della salute, del periodo di inattività e di eventuali problemi muscolari o articolari. Si comincia con sedute brevi e un’intensità gestibile, aumentando l’impegno nel tempo”, ha aggiunto il dottor Del Prete.

Quali controlli medici fare prima di iniziare l’attività sportiva?

Anche se ci si sente in forma, con l’avanzare dell’età possono aumentare alcune fonti di rischio cardiovascolare: ipertensione, colesterolo elevato e alterazioni della glicemia, che talvolta rimangono silenti negli anni. È per questo che il dottor Giovanni Liberatori, per affrontare lo sport in sicurezza, raccomanda quindi un check-up completo e, come sottolineato anche dal dottor Baldi, un Ecg (elettrocardiogramma) a riposo.

In abbinamento a un test ergometrico da sforzo, su cicloergometro o tapis roulant, per evidenziare eventuali aritmie o cardiopatie ischemiche e una spirometria al fine di valutare la reale capacità polmonare. Ma anche esami ematochimici, per verificare così l’assetto lipidico, la glicemia e la funzionalità renale. Il dottor Baldi sottolinea inoltre la necessità di svolgere una visita cardiologica preventiva, con Ecocardiogramma color doppler transtoracico, in special modo in soggetti con ipertensione, colesterolo alto, diabete, familiarità o tabagismo.

I campanelli d’allarme da non ignorare

Non solo controlli. Per gli esperti ci sono anche dei campanelli d’allarme da non ignorare:

  1. Riconoscere i segnali di affaticamento
  2. Rispettare i tempi necessari al recupero fisico
  3. Non ignorare l’insorgere di eventuali dolori

“L’attività fisica regolare, soprattutto se moderata e praticata con continuità, aiuta la salute cardiovascolare e riduce il rischio di eventi acuti cardiovascolari, come l’infarto del miocardio o l’ictus. Il beneficio non richiede allenamenti estremi: per la maggior parte delle persone è più importante muoversi con costanza e aumentare il carico in modo sostenibile e graduale”, ha concluso il dottor Baldi.

Quanti italiani praticano sport e quali i migliori dopo i 40?

Secondo le più recenti stime dell’Istat, sono più di 21 milioni 500mila le persone di 3 anni e più che nel nostro Paese praticano uno o più sport nel tempo libero (il 37,5% della popolazione). Tra questi il 28,7% pratica uno sport con continuità e l’8,7% saltuariamente. È il 43,4% degli uomini a praticare sport, contro il 31,8% delle donne. Le quote più elevate si registrano tra i ragazzi di 11-14 anni (il 75,6%, di cui il 66,7% in modo continuativo e l’8,9% in modo saltuario). A partire dai 15 anni l’interesse per la pratica sportiva inizia a diminuire, anche se la quota di praticanti rimane comunque elevata fino ai 24 anni (rispettivamente il 66,1% tra i 15 e i 17 anni e il 53,9% tra i 18 e i 24 anni), per poi diminuire progressivamente nelle età successive.

La pratica sportiva, infatti, scende al 23,3% tra i 65-74enni ed è pari all’8,1% tra la popolazione di 75 anni e più. Un numero comunque in aumento, se si considera che nel 1995 chi praticava sport era solo il 5,3% dei 65-74enni e appena l’1,4% degli ultra-settantaquattrenni.

Uno studio della Copenhagen City Heart Study ha esaminato, inoltre, la relazione tra la pratica di diverse attività fisiche ricreative e l’aspettativa di vita, monitorando la mortalità per un periodo fino a 25 anni. I risultati indicano che tutti gli sport analizzati offrono benefici significativi rispetto a uno stile di vita sedentario, ma con differenze notevoli nei guadagni di longevità, guidati in modo particolare da discipline come il tennis (+9,7 anni) e il badminton (+6,2 anni). Gli autori evidenziano che gli sport caratterizzati da una maggiore interazione sociale sembrano associarsi ai vantaggi più consistenti in termini di sopravvivenza, suggerendo che i fattori relazionali giochino un ruolo cruciale accanto al semplice esercizio fisico.

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Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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