Cinema in lutto, è morto Tinto Brass: aveva 93 anni

(Adnkronos) – E’ morto Tinto Brass. Aveva 93 anni. Il regista, nato a Milano il 26 marzo 1933, è scomparso improvvisamente questa mattina nella sua casa di Roma. A darne notizia all’AdnKronos è la moglie Caterina Varzi.
 

“E’ un momento difficile, di profonda tristezza e dispiacere”, ha detto Varzi, raggiunta al telefono dall’AdnKronos a poche ore dalla morte improvvisa del marito. 

Il regista, nel corso degli anni, ha affrontato diversi problemi di salute, tra cui un ictus e una emorragia
cerebrale nel 2010, un attacco ischemico e febbre alta nel 2019 e poi nel maggio di quest’anno era stato nuovamente ricoverato d’urgenza per una setticemia che ha messo in pericolo la sua vita. Un’infezione sopraggiunta anche a causa delle difficoltà logistiche legate a una frana vicino alla sua abitazione romana, che lo aveva costretto a un isolamento forzato impedendogli di effettuare le regolari visite mediche di controllo. 

Recentemente Tinto Brass si era ripreso e stava meglio ma, a quanto apprende l’AdnKronos, questa mattina, improvvisamente, ha avuto una crisi cardiaca. 

Nato Giovanni ‘Tinto’ Brass a Milano il 26 marzo 1933 da una famiglia veneziana (il padre Alessandro Brass uno degli avvocati più affermati della città lagunare), il futuro regista si laurea in legge all’Università di Ferrara con una tesi dal titolo “Rapporti di lavoro con imprese della produzione cinematografica”. Trasferitosi a Parigi con la moglie Carla Cipriani (detta Tinta), è stato archivista alla Cinematheque Française, una delle più prestigiose e ricche raccolte del mondo, all’epoca diretta da Henri Langlois, e così s’inserìsce nel milieu dell’emergente Nouvelle Vague. 

Tornato in Italia, Brass lavora come aiuto regista per Alberto Cavalcanti, Roberto Rossellini, Joris Ivens. Esordisce alla regia con un vena anarcoide con il lungometraggio “In capo al mondo” (1963), riscuotendo l’unanime attenzione della critica con un’entusiastica accoglienza alla Mostra del Cinema di Venezia: film iconoclasta e irriverente, svelò la crisi di valori della generazione dell’antifascismo e della Resistenza, narrando i disagi di un giovane che stenta a integrarsi nella società. Questa insofferenza verso il potere e le sue istituzioni non viene apprezzata dai censori dell’epoca che gli impongono tagli. 

Con le due epopee storico-erotiche “Salon Kitty” (1976) e “Caligola” (film realizzato nel 1979 e uscito nel 1984, non corrispondente all’iniziale progetto), Brass inaugura una nuova fase, orientandosi verso un erotismo morboso, di ispirazione colta, che con il tempo sarà premiato anche da un vasto successo di pubblico. Il sesso e il suo particolare rapporto con il potere e con il denaro diventa il tema centrale di “Salon Kitty”, film impregnato di atmosfere che ricordano quelle di Luchino Visconti e Liliana Cavani e ambientato in una casa di tolleranza di Berlino con protagonisti Helmut Berger e Ingrid Thulin. 

Di nuovo sesso e potere sono al centro di “Caligola”, basato su una sceneggiatura dello scrittore statunitense Gore Vidal: fu censurato e vietato in numerosi paesi, Italia compresa, per le scene di nudo; quando fu redistribuito con il titolo “Io, Caligola”, Brass decise di non firmare la regia a causa di alcuni problemi con la produzione, l’editore di “Penthouse” Bob Guccione, che lo aveva escluso dal montaggio. Le riprese iniziarono nel 1976 e il set fu travagliato anche a causa delle numerose scene di sesso, con ripetuti diverbi con gli attori principali: Malcolm McDowell, nei panni dell’imperatore Caligola, Teresa Ann Savoy (Drusilla) e Peter O’Toole (Tiberio). 

La propensione per il grottesco contraddistingue “Action” (1980), beffarda e autobiografica riflessione sul rapporto che lega arte e pornografia. Deciso ad abbandonare il cinema “serio”, o “serioso” come dice il regista, numerose sono le pellicole firmate Tinto Brass in cui spiega ed esplora i meandri dell’erotismo, il più famoso dei quali è “La chiave” (1983), libero adattamento di un romanzo di Tanizaki Junichiro. 

Da “La chiave” in poi, il suo maggior successo, il regista si è concentrato sul percorso di liberazione sessuale di personaggi femminili sempre più disinibiti: dalla borghese insoddisfatta (Stefania Sandrelli) di questo film, alla locandiera divoratrice di uomini (Serena Grandi) di “Miranda” (1985), fino alla prorompente amante (Francesca Dellera) di “Capriccio” (1987), la gioiosa prostituta (Debora Caprioglio) di “Paprika” (1990) e la vergine inquieta (Anna Ammirati) di “Monella” (1998), passando per “Così fan tutte” (1992, protagonista l’esrdiente Claudia Koll) e “L’uomo che guarda” (1994), liberamente tratto da un romanzo di Alberto Moravia. Il regista che compare spesso nei suoi film, si è ritratto con particolare ironia in “Fermo posta Tinto Brass” (1995). 

Tra le pellicole più recenti nel 2002 Brass dirige Anna Galiena e Gabriel Garko in “Senso ’45”, liberamente ispirato al racconto “Senso” di Camillo Boito. Nel 2003 torna invece alla commedia erotica con il film a episodi “Fallo!”. Il suo ultimo film è “Monamour” (2005). Il regista ha diretto anche in teatro opere come “Pranzo di famiglia” di Roberto Lerici (1973), uno spettacolo ripreso per cinque volte, con la stessa regia, fino al 1986, anno in cui, invitato a New York, riscosse un successo di critica e di pubblico. 

Nel 2006, anno della scomparsa dell’inseparabile moglie Tinta, con lui spesso sceneggiatrice, la Cinémathèque Française di Parigi ha dedicato a Tinto Brass un omaggio-retrospettiva dal titolo “Eloge de la chair” (Elogio della carne), con la proiezione nella prestigiosa sala dei Grands Boulevards parigini di 10 suoi film. La produzione artistica del nonno, il pittore veneziano Ialico Brass (1870-1943), ha notevolmente influenzato le ricerche estetiche del regista. 

Nel 2010 Tinto Brass viene colpito fa un’emorragia cerebrale e ricoverato in ospedale, ristabilendosi nei mesi successivi con la riabilitazione. 

Dal matrimonio con Carla Cipriani, celebrato nel 1956 a Venezia, sono nati due figli, Beatrice e Bonifacio. Di tre anni maggiore del marito, Tinta era la figlia di Giuseppe Cipriani, famoso ristoratore veneziano, fondatore e proprietario dell’Harry’s Bar. Nel 2017, a 84 anni, il regista ha sposato in seconde nozze la psicoanalista, ex avvocata e attrice Caterina Varzi.
 

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