(Adnkronos) – “La Somalia registra il livello 47, uno dei livelli più alti del GHI 2026. Questo sostanzialmente significa che oltre la metà della popolazione è denutrita. Stiamo parlando di circa 20 milioni di abitanti, la cui metà ha problemi di accesso al cibo, alla nutrizione”.
Così Diego Regosa, Regional Program Manager East Africa Cesvi, commentando il dato della Somalia nell’Indice Globale della Fame 2026 a cura di Cesvi. “In Somalia c’è una situazione molto, molto complicata – spiega –. Un altro degli indici che si utilizza solitamente per calcolare i valori di denutrizione delle popolazioni è il famoso IPC, un indice internazionale che misura la gravità dell’insicurezza alimentare acuta e parte da 0 fino a 5. In Somalia la maggior parte delle aree sono fra 3 e 4: il livello 3 è la crisi, quando le famiglie non riescono a coprire adeguatamente i bisogni alimentari, mentre il 4 è l’emergenza. Il livello 5 è poi la fame, la carestia pura. Stiamo quindi parlando di una situazione in cui la popolazione fa fatica ad avere accesso ai beni primari per la vita, con cause e conseguenze molto forti a livello della struttura sociale e del benessere della popolazione, soprattutto dei più vulnerabili: donne, bambini, anziani e persone disabili”.
In Somalia, sottolinea, “ci sono siccità, conflitto, sfollamenti, aumento dei prezzi e riduzione degli aiuti”. E questi fattori si sommano in una vera e propria “concatenazione di eventi”. “Sembra un po’ la legge di Murphy: tutto quello che può andare male va peggio. Nell’ultimo anno ci si è trovati di fronte a una recrudescenza di questi dati, dopo un periodo di relativa pace e tranquillità e una diminuzione di quello che era il livello di malnutrizione”. Una delle cause, spiega, è politica e sociale: “L’anno scorso dovevano esserci le elezioni, non ci sono state, sono state spostate. Ci sono forti tensioni interne, per posizionarsi a livello di politica interna, e questo crea scontri e recrudescenze di scontri tra varie regioni e quindi sfollamento di persone”.
“Poi c’è il cambiamento climatico che sta arrivando sempre più forte, colpendo sempre maggiormente. In particolare il monsone che stiamo aspettando adesso sarà una tragedia. Si prevede che tra quest’anno e l’anno prossimo probabilmente ci saranno quasi due milioni di bambini in stato di malnutrizione per colpa della siccità e delle inondazioni”.
A pesare sono anche l’aumento dei prezzi e la guerra in Medio Oriente: “Ovviamente ha influenzato i costi della benzina e questo influenza tutto il resto”. Infine, “c’è la politica internazionale: il taglio dei fondi deciso dal governo statunitense ha impattato fortemente la Somalia perché era uno dei maggiori ricettori dei fondi USAID. Questo significa che, ad esempio, oltre 500 strutture sanitarie e nutrizionali hanno chiuso per mancanza di fondi nell’ultimo anno. È un numero enorme: stiamo parlando di persone che vivono grazie agli aiuti che arrivano e non ci sono più questi aiuti”.
Quanto all’intervento di Cesvi, “ha una presenza storica in Somalia dal 2004 e in questo momento stiamo lavorando fortemente nel settore nutrizione, sia con un focus di emergenza, sia con un focus più legato alla resilienza, a quello che è costruire delle capacità della comunità locale per reagire meglio agli shock”. Cesvi – ricorda – è presente “a Mogadiscio, nella capitale, che a Lower Shabelle e anche in tutto quello che è il bacino del fiume Shabelle River, che quindi raggiunge Beledweyne e Dobyo, con interventi di nutrizione specifica”. “Diamo dei supplementi ai bambini, lavoriamo con le madri e così via. Ma accanto a questo facciamo anche degli interventi mirati, perché non basta dare un alimento, un supplemento nutritivo, se non si risolve il problema a monte. Gli interventi riguardano quindi anche l’acqua, con la riabilitazione di pozzi e la costruzione di latrine. L’acqua inquinata e le cattive condizioni igieniche sono fortemente legate a malattie che poi hanno ripercussioni su quella che è la malnutrizione, ovviamente, e viceversa”.
Cesvi lavora inoltre “con le comunità per prepararle all’arrivo dei rischi ambientali, migliorando la capacità di risposta di fronte alle inondazioni e alla siccità. E soprattutto, conclude, si sta cercando di ampliare le attività nell’integrazione delle donne e delle comunità di profughi in attività economiche che possono renderli più resistenti e meno dipendenti da quello che è l’aiuto fisico di beni che arrivano. In particolare lavorando con i gruppi di donne, creando degli orti comunitari, delle piccole microimprese agricole, ortofrutticole, delle microimprese con la vendita di polli e di uova”. Attività che, spiega, “da un lato danno una maggior diversità di cibo e quindi si riduce la malnutrizione, però dall’altro danno anche un incremento economico, una possibilità economica, che è poi il problema di fondo: se non c’è la stabilità per poter creare un ambiente propizio dove lavorare e guadagnare, poi mancano le risorse per comprare il cibo, per investire nell’acqua, per investire negli altri settori e quindi poi si arriva alla situazione attuale”.
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