Cohousing e nuove forme di abitare per una popolazione che invecchia

A Londra 26 donne over 50 hanno scelto di affrontare insieme una parte della vecchiaia. Vivono a New Ground, nel quartiere di High Barnet, in 25 appartamenti indipendenti costruiti intorno a spazi comuni e a un grande giardino. Ognuna mantiene la propria casa e la propria autonomia, ma la gestione di una parte della vita quotidiana passa attraverso una comunità organizzata.

New Ground è operativo dalla fine del 2016 e quest’anno compie dieci anni. Il 10 settembre le residenti hanno celebrato l’anniversario insieme agli architetti che hanno progettato il complesso, tornando su un’esperienza che nel frattempo è diventata uno dei riferimenti più noti del senior cohousing britannico.

Il 1° ottobre, Giornata internazionale delle persone anziane, il loro modello offre un punto di partenza concreto per una questione che riguarda direttamente anche l’Italia: dove e con chi vivranno milioni di persone in un Paese sempre più anziano e composto da famiglie sempre più piccole?

Per il 2026 le Nazioni Unite hanno scelto il tema “L’età della longevità: ripensare i sistemi per vite più lunghe”. Entro il 2050, secondo l’Onu, le persone con almeno 60 anni passeranno dagli attuali 1,2 miliardi a 2,1 miliardi, pari a circa un quinto della popolazione mondiale.

In Italia il cambiamento è già molto avanzato. Al 1° gennaio 2026 gli over 65 sono 14,8 milioni, pari al 25,1% della popolazione. Gli over 85 sono circa 2,5 milioni e gli ultracentenari sfiorano quota 25 mila. L’Italia resta uno dei Paesi europei con la più alta incidenza di popolazione anziana.

La longevità, però, non riguarda solo il numero di anni vissuti. Conta quanto a lungo si riesce a restare autonomi, attivi e inseriti in una rete sociale. È uno dei nodi già emersi nel dibattito sulla longevità attiva dopo i 65 anni, dove autonomia fisica, relazioni e possibilità di continuare a partecipare alla vita sociale vengono considerate insieme.

In Italia 4,6 milioni di over 65 vivono soli

Nel 2025 in Italia 4,6 milioni di persone sole avevano almeno 65 anni, quasi la metà dei circa dieci milioni di individui che vivevano in nuclei unipersonali. Le previsioni Istat indicano che nel 2050 gli over 65 soli potrebbero raggiungere 6,6 milioni.

Il fenomeno riguarda soprattutto le donne. Oggi le ultrasessantacinquenni che vivono sole sono circa 3,2 milioni, contro 1,4 milioni di uomini. Nel 2050 potrebbero diventare rispettivamente 4,5 e 2,1 milioni. Tra gli over 75 che vivranno soli, Istat prevede 3,4 milioni di donne su un totale di 4,7 milioni. La distanza tra uomini e donne aumenta con l’età. Nel 2023-2024 viveva sola una donna over 75 su due, il 50,4%, contro il 24,5% degli uomini della stessa fascia.

Vivere soli non significa automaticamente essere isolati. Le reti familiari, amicali e di vicinato continuano a svolgere un ruolo decisivo. Ma con l’avanzare dell’età cresce anche il bisogno di aiuto concreto.

Il Rapporto annuale Istat 2026 rileva che il 52,4% delle famiglie composte da persone sole con almeno 75 anni riceve qualche forma di aiuto. Il 27,7% si affida esclusivamente alla rete informale, il 17,9% utilizza almeno in parte servizi privati e poco più del 10% riceve sostegno da enti pubblici o altre istituzioni.

Tra il 2003 e il 2024 gli anziani soli considerati nell’indagine Istat sono passati da 1,8 a 2,7 milioni. Nello stesso tempo si stanno modificando anche le reti affettive. Tra gli over 65 crescono, per esempio, le nuove unioni e i matrimoni tardivi: nel 2024 le nozze con almeno uno sposo ultrasessantacinquenne hanno superato quota 10 mila, più del triplo rispetto a vent’anni prima. Accanto alle nuove coppie resta però una quota consistente di anziani che non dispone di una rete stabile. Secondo i dati Censis, il 29,5% degli over 65 vive solo; la percentuale sale al 37% dopo i 75 anni e sfiora il 50% tra gli over 85. Il 7,8% dichiara di non avere nessuno su cui contare.

La crescita delle famiglie composte da una sola persona continuerà nei prossimi decenni. Nel 2050 in Italia le persone sole dovrebbero arrivare a 11,6 milioni, pari al 42% delle famiglie. Più della metà avrà almeno 65 anni. La dimensione media familiare dovrebbe scendere dagli attuali 2,20 componenti a 1,98. È su questa trasformazione che cohousing, senior housing, convivenze solidali e servizi di prossimità stanno cercando di intervenire.

Da Roma alla Valle d’Aosta, cosa si sta sperimentando in Italia

A Roma, nel febbraio 2026, il Comune ha inaugurato in via Altobelli, tra Centocelle e Tor Sapienza, un cohousing destinato inizialmente a sei-sette anziani autosufficienti, con la possibilità di arrivare a dieci. L’immobile, confiscato alla criminalità organizzata e successivamente ristrutturato, comprende camere private e spazi condivisi: cucina, zona pranzo, soggiorno, lavanderia e area esterna.

Nel corso dell’anno Roma Capitale ha inoltre avviato una gara da oltre 2 milioni di euro per la gestione triennale di servizi di cohousing rivolti ad anziani e persone fragili. Altri interventi riguardano il complesso di Casa Giada, dove sono previsti due cohousing accanto a due comunità alloggio, e strutture in via Apolloni e via Cattaneo sostenute anche da risorse Pnrr.

Nella Capitale operano anche le convivenze solidali di Sant’Egidio, che nel 2026 hanno superato quota cento. Due, tre o quattro anziani condividono un appartamento e parte delle spese quotidiane, mantenendo un’organizzazione domestica ordinaria e ricevendo, quando necessario, sostegno esterno.

Sempre a Roma è in sviluppo “Finalmente Casa!”, a Tor Sapienza, su un’ex area industriale di circa 2.400 metri quadrati. Il progetto prevede appartamenti destinati ad anziani e famiglie arrivate attraverso i corridoi umanitari, con una formula intergenerazionale e interculturale.

Altri modelli partono dal condominio anziché dalla casa condivisa. La badante di condominio, sperimentata in diverse città italiane, concentra l’assistenza a più anziani nello stesso edificio o nella stessa area, distribuendo costi e presenza professionale. È una risposta diversa dal cohousing, ma muove dalla stessa necessità: permettere a persone fragili o sole di restare il più a lungo possibile nella propria abitazione.

A Milano la questione viene affrontata anche attraverso servizi di quartiere. Nel 2026 è nata l’Alleanza per la Grande Età, una rete di oltre 40 organizzazioni pensata per intercettare soprattutto gli anziani che vivono soli e non rientrano ancora nei percorsi assistenziali più strutturati. Nella città gli over 65 sono oltre 362 mila, circa un residente su quattro.

In Lombardia sono state avviate anche esperienze di cohousing intergenerazionale, nelle quali anziani e studenti condividono spazi o soluzioni abitative. Per gli anziani significa avere una presenza quotidiana e ridurre il rischio di isolamento; per i giovani può significare accedere a un’abitazione a condizioni più sostenibili.

La Valle d’Aosta sta invece lavorando alla continuità di un servizio di cohousing per anziani autosufficienti collegato all’esperienza de L’Aquilegia, con l’obiettivo di trasformare la sperimentazione in un servizio stabile nel triennio 2027-2029.

A Modena il progetto Ca’ Nostra riguarda anche anziani con demenza o deficit cognitivi. Piccoli gruppi vivono in appartamenti con il coinvolgimento di familiari, assistenti e volontari. È un modello più vicino all’abitare assistito che al cohousing autonomo.

Cohousing, senior housing, convivenze solidali e abitare assistito indicano quindi soluzioni differenti. Nel senior cohousing classico ogni residente conserva un’abitazione privata e condivide alcuni spazi e attività. Nelle convivenze solidali più persone abitano la stessa casa. Il senior housing può invece integrare servizi assistenziali e di supporto più strutturati.

Il Programma nazionale Inclusione 2021-2027 finanzia interventi di cohousing e senior housing proprio per sostenere autonomia, inclusione sociale e permanenza delle persone anziane nel proprio contesto di vita.

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Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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