Meloni, studenti stranieri e burqa: quanti sono e cosa prevede già la legge

Un tetto agli studenti stranieri, il divieto di burqa o niqab in classe e corsi di lingua italiana ai genitori. La premier Giorgia Meloni sul palco di “Fenix”, la manifestazione di Gioventù Nazionale, i giovani di Fratelli d’Italia riapre il dibattito sul tema dell’integrazione e dell’inclusività degli studenti stranieri nelle scuole nazionali. Durante l’evento, la presidente del Consiglio ha annunciato un provvedimento che sarà portato all’esame del Consiglio dei ministri. L’iniziativa dell’esecutivo si articola su tre punti chiave: il primo riguarda appunto il limite alla presenza di alunni stranieri, cioè la fissazione per legge di un tetto massimo di studenti non italiani all’interno delle singole classi; il secondo, lo stop ai veli integrali con l’introduzione del divieto esplicito di indossare il burqa e il niqab negli istituti scolastici; infine, l’obbligo di apprendere la lingua italiana rivolto ai genitori di quegli studenti che mostrano marcati problemi nell’inserimento scolastico.

Spiegando la ratio dell’intervento, la premier ha affermato che la norma intende evitare che i bambini italiani possano trovarsi in una posizione di minoranza o finire messi in disparte all’interno delle proprie classi. E dopo le parole di apprezzamento al giovane d’origine congolese intervenuto in difesa di un’insegnante aggredita con un coltello a Roma, la premier ha anticipato un’altra misura di imminente approvazione, destinata ad attribuire la denominazione di “liceo” anche agli istituti tecnici e professionali per riconoscerne formalmente la pari dignità formativa.

Quanti sono gli studenti stranieri?

Per comprendere le dimensioni del fenomeno, le rilevazioni ufficiali del Ministero dell’Istruzione e del Merito indicano che gli alunni con cittadinanza non italiana ammontano a 911.578, rappresentando circa il 12% dei 7,5 milioni di studenti complessivi nell’ordinamento italiano. La distribuzione sul territorio nazionale mostra una marcata concentrazione nelle regioni settentrionali:

  • Nord Ovest: raccoglie 349.150 studenti stranieri, pari al 38,3% del totale nazionale.
  • Nord Est: conta 232.729 presenze, costituendo il 25,5% (più di un alunno straniero su quattro).

Guardando ai dati di dettaglio della scuola primaria, emergono forti disparità territoriali: in Emilia-Romagna la quota si attesta al 24% e in Lombardia al 22%, mentre si registrano valori sensibilmente più bassi in Campania e Puglia (5,2%) o in Sardegna (3,9%).

Sul piano del rendimento e del percorso educativo, il rapporto dell’istituto Ismu e le analisi del ministero evidenziano che il tasso di dispersione scolastica “implicita” tra gli studenti stranieri si attesta al 22,5%, contro l’11,6% rilevato tra gli alunni italiani. Il tasso di abbandono generale tra i giovani stranieri evidenzia comunque un calo, essendo sceso dal 30,1% del 2022 al 26,2%. E, infine, nelle prove della terza media, le prove Invalsi, gli studenti non italiani accumulano uno scarto negativo di 22,6 punti nella prova di italiano e di 13,5 punti in matematica (con divari che in alcune rilevazioni raggiungono i 30 punti). Con il prosieguo del percorso scolastico alle superiori, il divario nelle competenze matematiche tende ad azzerarsi, mentre permane il ritardo nella lingua italiana; al contrario, nelle verifiche di lingua inglese gli studenti stranieri ottengono mediamente risultati superiori rispetto ai coetanei italiani.

Cosa prevede la legge

L’ipotesi di limitare la presenza percentuale degli alunni immigrati nelle classi trova un precedente nella Circolare amministrativa del 2010 (notoriamente legata all’allora ministra Maria Stella Gelmini). Tale direttiva indicava la soglia del 30% come tetto massimo raccomandato di presenza di studenti stranieri con ridotta conoscenza dell’italiano per ciascuna classe.

Poiché la circolare del 2010 manteneva una natura indicativa ed era soggetta ad ampie deroghe, specialmente nelle aree urbane a forte densità migratoria, la proposta dell’attuale governo punta a intervenire direttamente per via legislativa. L’obiettivo dichiarato è rendere il vincolo concreto per assicurare una distribuzione più equilibrata ed equa degli alunni sul territorio.

Le posizioni e le norme già introdotte dal ministro Valditara

L’impostazione politica e operativa delle nuove misure trova fondamento nelle linee tracciate dal ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara. Valditara ha ribadito la preferenza per il concetto di “integrazione” rispetto a quello di “inclusione”, argomentando che l’inclusione rischia di sfociare nell’accettazione passiva di pratiche contrarie alla Costituzione, mentre l’integrazione richiede l’inserimento in una cornice di regole civiche condivise.

È qui che si inserisce il divieto di burqa e responsabilizzazione delle famiglie: per vietare il velo integrale a scuola l’esecutivo valuta un emendamento al ddl Sicurezza. Contestualmente, i corsi d’italiano destinati ai genitori, da affidare ai Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia), intendono impedire che i progressi linguistici ottenuti in aula vengano vanificati nel contesto domestico. In tema di frequenza scolastica, si richiama la rigidità del decreto Caivano (che punisce la mancata iscrizione o frequenza con la reclusione fino a due anni per i genitori), ipotizzando anche la revoca del permesso di soggiorno nei casi di inadempienza.

Una legge vieta già in parte l’uso di burqa o veli integrali in Italia in alcuni luoghi pubblici, come le scuole, già dal 1975, nello specifico si parla di “caschi protettivi o qualsiasi altro mezzo che renda difficile il riconoscimento della persona” nei luoghi pubblici. Una sentenza storica, del 2008, (n.3076) del Consiglio di Stato, ha stabilito che l’uso del niqab o del burqa nei luoghi pubblici non può essere vietato in via generale, poiché la motivazione religiosa o culturale costituirebbe un “giustificato motivo” ai sensi della legge italiana.

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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